Dal momento in cui il nuovo Reverendo, inquisitore, sale sull’altare nel vecchio e selvaggio west, la giovane Liz, una ostetrica muta (si scoprirà che è senza lingua), si sente turbata. Inquieta e in pericolo, per lei e la sua famiglia. Dal pulpito arriva l’eco delle prediche che invocano inferno e punizione, e Liz (Dakota Fanning ex bambina prodigio) fugge, nel tentativo di scappare al temibile Reverendo (Guy Pearce), ossessionato dall’idea di punirla, per presunti peccati ignoti. Apre la scritta “Koolhoven’s Brimstone”, in cui spicca una “t” a forma di croce, e questa lettera, sarà l’ultima a svanire dallo schermo prima dell’inizio del film. Una premonizione, un indizio sul melodrammatico, sadico, sanguinolento film, dove neanche le parole di un uomo di fede confortano. “Brimstone” stasera in tv, punizioni medievali, presunte volontà divine e le più viscide perversioni.
“Brimstone” è un film del 2016 scritto e diretto da Martin Koolhoven. Un regista che gode di enorme gloria nella sua patria olandese: ma dal paese dei mulini a vento e dalla gioiosità dei papaveri colorati, risponde con macabro gusto. Presentato a Venezia 2016, ambiva al Leone d’oro. Diviso in 4 sezioni dai nomi ambiziosi: Apocalisse, Esodo, Genesi e Castigo. Il cranio di un neonato colpito durante un parto, il materasso insanguinato dopo lo stupro, impiccagioni inaspettate di chi è seduto sulla latrina, e continui riferimenti biblici che non sacralizzano però la storia. Strangolamenti con le proprie budella che fungono da cappio, frustate, mutilazioni, incesti, e sesso volgare. Anche il pasto dei maiali in carne umana. Una caccia alle streghe e la vita da prostituta venduta a un bordello, per la protagonista. Postribolo in cui il reverendo paga per avere a disposizione le donne. Luogo dalle regole ferree e punizioni: dove un morso alla lingua di un cliente che voleva costringerla a baciarlo, viene ripagato con il taglio della lingua della donna.
Si fa ‘Brimstone‘ a dire Western
Martin Koolhoven ammette di aver voluto creare un film Western. Sua smodata passione. Ma al corredo di sceriffi, cavalli e saloon, in “Brimstone” si aggiungono l’horror e il thriller. Dove il leggendario pistolero, è invece un uomo di chiesa, tra pulsioni diaboliche, istinti omicidi, e fede deviata. Vorrebbe somigliare al filone di Quentin Tarantino, che ama la scena del ‘triello’ (in tre si sfidano con le pistole), con le costanti del fumo e dei dialoghi violenti; ma del regista non possiede certo quella vena ironica che smorza ogni crudezza. “Guardatevi dai falsi profeti i quali vengono a voi in vesti da pecore, ma dentro son lupi rapaci“. Le parole del sermone del Reverendo, una cicatrice scende giù sul suo volto, riecheggiano nella spoglia casa di Dio. Panche di legno, tetre, in una raggelante ambientazione nella famosa Badlands, una delle regioni più inospitali degli Stati Uniti d’America. Dove una devota presente alla funzione, in stato di gravidanza, è presa dalle doglie. Liz dovrà assisterla nel parto, che per impreviste complicazioni, porterà a decidere tra la vita della madre o del figlio. La levatrice sceglie la prima, e questa sembra essere la colpa di cui si macchia.
Il grande sogno americano che traversava i cieli del Far West, e i primi piani alla Sergio Leone, in cui uno sguardo ti faceva sentire l’odore della polvere da sparo, dimenticati in nome di sinistre espressioni: volti difficili anche da fissare, se non corroborati da stomaci forti. Film che rende la visione fastidiosa, che non fa sconti a partire dal titolo che significa ‘zolfo’. La iena di Morricone, che rompeva i silenzi, ancestrale e cara come una ninnananna, è qui trasformata in un ululato mannaro proveniente dalle ‘fauci’ del Reverendo. Che si esibisce in piena notte nel gorgheggio.
Lo zoccolo duro di Koolhoven
Definito da molti come “film più estremo uscito in quell’anno”. Le azioni disgustose nei confronti di Emilia Jones (Jhoanna/Liz), che il personaggio del Reverendo doveva per copione espletare, lo mettevano a disagio. Tanto che sul set rimediata regalando tante caramelle all’attrice. Ma Pearce e Jones, inaspettatamente, dichiararono di essersi molto divertiti a girare la scena brutale, in cui il Reverendo trascina la ragazza nel fango tenendola per i piedi. Nel cast, nel ruolo di Wolf, anche il figlio di Tim Roth, Jack. La critica sul “primo western olandese“, ha rimproverato il regista Koolhoven, di peccare di presunzione: uno spaghetti western condito in salsa gotica. Che sembra inneggiare a vecchie scritture, dove l’uomo è il male, e la donna è sottomessa, vittima designata in quanto peccatrice all’origine. Omaggiando (la forma più gentile di ‘mescolando’), la pittura fiamminga, l’Inferno Dantesco, il film “La morte corre sul fiume” e “Django” di Tarantino. Una frase è pronunciata tra le fiamme: “Non sono le fiamme dell’inferno la pena più dolorosa, ma l’assenza di amore”.
Federica De Candia per MMI e Metropolitan Cinema





