Un viaggio nei momenti più emozionanti della storia del calcio. Fotogrammi che descrivono la potenza di uno sport, capace di portare con sè pace ed unione
Calcio e pace: quando l’apparenza inganna
Assimilare la parola calcio al termine pace potrebbe sembrare a molti quasi un ossimoro. Sì, perché nell’immaginario collettivo l’immagine del calcio viene troppo spesso stigmatizzata da soggetti che, in nome dell’ideologia Ultras, si “divertono” a trasformarlo in una guerra.
Basti pensare agli ultimi avvenimenti, sia nella gara di andata che in quella di ritorno, che hanno coinvolto i “tifosi” della Juventus e dell’ Ajax. Episodi che colorano le prime pagine dei giornali, trascinando con sè effetti quasi irreversibili: all’improvviso, il calcio diventa uno sport non più adatto alle famiglie e le curve vengono disegnate come una discarica sociale.
Eppure, riavvolgendo il nastro della storia, ci si accorge fin da subito come molto spesso sia stato il semplice rotolare di un pallone a regalare istanti di pace che non vengono scalfiti dal decorso del tempo o che hanno segnato cambiamenti epocali nella storia di una nazione.
Calcio e pace: la Tregua di Natale
Il primo episodio che collega i termini calcio e pace non può che rinvenirsi in un contesto di guerra. Il 24 dicembre del 1914, con il Primo Conflitto Mondiale in corso, in varie zone del fronte occidentale avviene un qualcosa di surreale: le truppe britanniche e tedesche lasciano le trincee, mangiano insieme, scambiano viveri ed intonano canti delle rispettive tradizioni.
Le ore passano veloci, si giunge alla mattina del giorno successivo, il giorno di Natale. I momenti di condivisione continuano senza sosta ed ecco che, da un angolo, spunta un pallone. Basta un attimo per trasformare il campo di battaglia in uno stadio pronto ad ospitare un’amichevole internazionale.
Tedeschi contro britannici. Una sfida storica. Il campo di gioco la terra di nessuno tra le due trincee e le linee del fuori segnate da schieramenti di soldati. Un match vero, combattuto e con tanti stravolgimenti di fronte. Vincono i tedeschi per 3-2, ma solo perché il pallone finisce nel filo spinato.

Ecco, il calcio. Uno sport molto sottovalutato e spesso disprezzato è riuscito in quel maledetto 1914 a regalare un Natale quantomeno particolare a tanti uomini bisognosi di dare due calci ad un pallone per dimenticare, anche se per poco, l’incubo che stavano vivendo.
Calcio e pace: Robben Island
Passano gli anni, ma il potere unifico di un pallone che rotola non passa mai. È il 1961 quando l’isola sud africana di Robben Island, già da secoli trasformata in un carcere per oppositori politici dei coloni europei, diviene un penitenziario di massima sicurezza nel quale vengono confinati coloro i quali si schierano contro la politica dell’ apartheid.
Su Robben Island si trovavano i leader dei movimenti di emancipazione dei neri, tra cui, ovviamente, Nelson Mandela. I prigionieri sono divisi politicamente: da una parte i membri dell’ African National Congress, dall’altra, quelli del Pan Africanist Congress (gruppo nato dopo una scissione, datata 1959, dall’ ANC).
I due schieramenti sposano politiche inconciliabili e spesso la convivenza è difficile, se non fosse che esiste una cosa che li unisce: il calcio. Dopo un primo periodo di resistenza da parte dell’autorità carceraria durato ben tre anni, viene concesso il permesso di giocare.
Dai primi incontri amichevoli si capisce subito che le intenzioni sono serie. Sfide tirate che regalano un barlume di libertà, sufficiente per generare un meccanismo incredibile. In brevissimo tempo i detenuti studiano il regolamento (uno dei pochi libri presenti nella biblioteca del penitenziario) e fondano una loro federazione.
Si, una federazione, denominata Makana Football Associacion, in onore del combattente Makana Nxele, morto nel 1819 durante un tentativo di evasione da Robben Island a seguito di una ribellione contro gli inglesi.
In un breve periodo la Makana FA diviene un’organizzazione con nulla da invidiare alla FIFA: regolamento ufficiale, distinte da gioco e campionato diviso in tre serie. Un campionato durato ben quattro stagioni, fino al 1973, quando molti prigionieri vengono trasferiti o rilasciati. Dopo una breve sospensione, la MFA continua ad organizzare l’attività sportiva sull’isola fino al 1991, anno in cui viene chiuso il braccio politico del carcere in conseguenza dell’abolizione dell’apartheid.

L’importanza della Makana F.A. non si ferma però qui. Infatti, l’organizzare insieme una federazione complessa ha contribuito in modo sostanziale alla creazione di una nuova classe dirigenziale per il Sud Africa, capace di voltare pagina dopo un periodo buio. Esempio emblematico, tra gli altri, oltre ovviamente a Nelson Mandela, Dickgang Moseneke, uno degli artefici della MFA, ex capo della giustizia sud africana.

Calcio e pace: uno sguardo al presente
Lanciando un ultimo sguardo al presente risaltano agli occhi, in primis, i tanti incontri di calcio disputati a scopi di beneficenza. Inoltre, guardando un po’ più nel profondo, ci si accorge che nelle realtà carcerarie e nelle situazioni sociali più disagiate lo sport è spesso un importante veicolo, sia per permettere la realizzazione della funzione rieducativa della pena, prevista dall’articolo 27 della Costituzione italiana, e sia per combattere l’emarginazione.
Un esempio lampante è rappresentato da una realtà operante nella città di Roma, sorta da un progetto delle associazioni Progetto Diritti e Antigone e con il patrocinio dell’ Università di Roma Tre. Si tratta della Società Polisportiva Atletico Diritti che ha anche la sua divisione calcistica. La squadra milita in terza categoria ed annovera tra le sue fila, come detto, migranti, rifugiati, persone in esecuzione della pena e studenti universitari. Un progetto completamente autofinanziato che cerca di sfruttare il calcio come mezzo per creare pace ed un unione.
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