Martedì 6 Maggio è partito il primo appuntamento di una sei giorni dedicata al teatro, alla letteratura, alle donne. Sei giorni per sei grandi ritratti femminili: da Marie Curie ad Eleonora Duse, da Marilyn Monroe a Maria Montessori passando per Billie Holiday. La prima replica al teatro Vascello è stata dedicata a Camille Claudel, con un testo scritto appositamente da Dacia Maraini. Ogni ritratto è infatti un’opera di un autore diverso, pensato per una sola voce, in forma monologo/reading. 6 DONNE che hanno segnato la storia/ 6 AUTORI che le raccontano è un viaggio attraverso il grande talento femminile che ha inciso, segnato e modificato la nostra storia, passando spesso attraverso dure battaglie sociali, discriminazioni e sofferenze. Hanno aderito al progetto alcune delle firme più prestigiose e talentuose del nostro panorama autoriale. Il progetto è di Mariangela D’Abbraccio, per la regia di Francesco Tavassi e sotto la produzione teatro Vascello e Fabbrica dell’Attore.

Camille Claudel al teatro Vascello: la storia della scultrice internata

ph. Pikara magazine

Sei donne di eccezionale talento e di struggente umanità, vittime di discriminazione e protagoniste di grandi battaglie, che hanno segnato in modo determinante la Storia e le storie di noi tutti. A raccontarle, attraverso differenti registri narrativi, sei autori per sei narrazioni in forma di reading pensate per due voci. Nella prima serata Mariangela D’Abbraccio con la sua voce materica dà forma e volume ai tormenti di Camille, la scultrice geniale e incompresa, che fu tra le prime ad esprimersi attraverso una forma d’arte, fino allora maschile. Consumata dalla passione per il suo maestro/amante Auguste Rodin è rinchiusa dalla stessa madre in manicomio, dove muore dimenticata da tutti.

Il racconto di Dacia Maraini ripercorre a ritroso la storia di Camille dal punto di vista rassegnato e colpevole di Rodin. Egli, col sottofondo di angoscianti gocce d’acqua stillanti, riparte dall’adolescenza, in cui una giovane ragazza, dall’aria pensosa e con la testa piena di sassi, si appassiona alla scultura e inizia a lavorare l’argilla. La sua passione è sostenuta dal padre, ma osteggiata dalla madre bigotta che ritiene scandaloso che una figlia femmina possa interessarsi di come si lavora la pietra. Ben presto entra a bottega dal suo maestro Auguste, e in breve tempo nasce l’amore. Camille trova in Rodin, più vecchio di lei di ventiquattro anni, non solo il maestro ma anche un padre, un trionfo edipico che la porta a scoprire la sua sessualità. Dal canto suo Rodin trova in Camille la musa, la modella e l’allieva, piena di qualità e caratterizzata da una vena artistica del tutto autonoma: Le ho mostrato l’oro, ma l’oro che trova è tutto suo. La relazione tra i due ha uno squilibrio di potere evidente.

Un tragico epilogo

Quando Camille resta incinta del maestro, vorrebbe che la loro relazione si facesse seria. Ma Rodin ha già un legame con la sarta Rose Beuret, e si limita a sostenere finanziariamente la sua allieva per tenerla buona. Nel momento in cui Camille capisce che il suo amante non la sposerà, il suo carattere vigoroso, solare, pertinace, dal cipiglio virile crollerà. Crolla assieme all’illusione di un’unione che desiderava con tutta se stessa e alla speranza di veder riscattati tanti anni di compromessi, ansie, tristezze e risentimenti accumulati. La figura paterna, l’unico sostegno psichico della sua fragile identità, si smaschera e confessa da sola, in una serie di giustificazioni inutili e bieche, fatte uscire sottilmente dalla penna di Dacia Maraini. Camille inizia a mostrare segni di instabilità emotiva e comportamentale, manifestando paranoia, delusioni di persecuzione e comportamenti ossessivi. Potrebbe avere una nuova chance col musicista Claude Debussy, suo grande amico, ma afferma di sentirsi morta dentro. Il declino psichico della ragazza, che spesso è lucidissima, viene reso magistralmente dalla D’Abbraccio con ritmi sincopati, sillabe smorzate e graffianti e inaspettate pause di lucidità.

Dopo la caduta dell’imago ideale paterna, muore anche il suo vero padre. Camille, nel 1913, fu internata nel manicomio di Montfavet sotto insistenza della madre, e col benestare del fratello Paul. Rimase lì per oltre 30 anni, in una stanza gelida, malnutrita, senza poter comunicare col mondo esterno. Alla fine dello spettacolo udiamo nuovamente il suono di gocce che cadono. Capiamo che è l’umidità del manicomio, in cui Camille Claudel spirò il 19 ottobre 1943, nel pieno della seconda guerra mondiale.

Lorenzo La Rovere

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