Cinema

“Camille”, la storia vera di una giovanissima fotoreporter francese

A volte è difficile per chi ci è intorno comprendere la natura di alcune nostre scelte. In particolare quando si tratta di scelte che ci portano lontani dalla nostra casa, dalla vita tranquilla che conosciamo. Nessuno, anche chi le sostiene, si rende conto di quanto sia necessario per alcune persone cercare altro, andare oltre la quotidianità stantia fatta di lavoro e svaghi. E’ questo ciò che è successo a Camille Lepage, giovane francese che a soli 25 anni ha deciso di partire per andare a fotografare la Seconda guerra civile nella Repubblica Centrafricana. Il regista Boris Lojkine, 5 anni dopo la sua morte, ha deciso di raccontarci la storia di questa coraggiosa fotoreporter in un film: “Camille”.

Uscita nel 2019, la pellicola segue la ancora inesperta reporter francese in Africa Centrale negli anni tra il 2013 e il 2014. Fino ad arrivare alla sua morte, avvenuta il 12 Maggio 2014. Con il suo quinto film, Boris Lokjine decide di raccontarci una storia vera, che a sette anni dalla dipartita della protagonista, non ha ancora trovato giustizia. Il caso sulla morte della ragazza, avvenuta durante uno scontro a fuoco nella RCA, si è infatti fermato di fronte all’intricata burocrazia e all’emergenza coronavirus. La pellicola di Lokjine sarà disponibile fino al 15 Febbraio sulla piattaforma del MyFrenchFilmFestival, al costo di 1,99 euro.

Trailer di “Camille”

La storia di Camille nella realtà e nel film

Boris decide di raccontare un segmento della vita della sua protagonista, il più importante. Camille, non è ancora una reporter affermata quando si reca nella Repubblica Centroafricana (RCA). Qui la ragazza familiarizza con ragazzi del posto, documentando gli scontri tra le fazioni anti-balaka e seleka. La giovane incontrerà dei reporter francesi, molto più esperti di lei, ai quali si unirà per seguire gli scontri. La volontà di Boris è non solo quella di raccontare il percorso che ha portato la giovane ad affermarsi lavorativamente in un ambiente dominato da uomini ormai esperti, ma anche quella di farci conoscere la passione della ragazza, che vuole dare voce a chi non la ha.

Ma il film racconta anche la ricerca della propria identità da parte della sua protagonista. “Non puoi editare le tue foto se non sai cosa vuoi dire. Qual è il tuo stile? Ritratti? Azione? Non so chi sei come fotografa.” le dice all’inizio del film un giornalista a cui presenta i suoi scatti. E con questa frase il regista ci pone subito un interrogativo: Chi è questa ragazza? Qual è la sua identità, come fotografa e non solo?

E, almeno in parte, la risposta a queste domande scopriamo. In un confronto con uno dei colleghi si riconosce la netta differenza tra la Lepage e gli altri reporter: gli ultimi, più esperti, vedono quello del fotografo come un lavoro e basta. Vanno dovunque vengano inviati e fotografano senza battere ciglio i corpi dei morti. Lei, invece, ha familiarizzato con i cittadini, si è fatta coinvolgere emotivamente, facendo quasi sua la causa. Quasi, perché come le fa notare uno dei ragazzi africani con cui ha stretto amicizia, lei non capirà mai davvero cosa provano. Ma tenta di farlo, e proprio questo avvicinamento emotivo renderà le sue foto uniche.

Camille in una scena del film - Photo Credits: myfrenchfilmfestival.com
Camille in una scena del film – Photo Credits: myfrenchfilmfestival.com

Lo stile del regista

Lojkine è un documentarista, e lo si nota subito. Il film inizia dalla fine, e cioè dal 2014. La camera, che è in macchina con dei militari francesi, esce dall’abitacolo del mezzo per entrare tra i cittadini della RCA in strada, andando a scoprire, su un carro pieno di persone morte, i piedi di una donna, Camille. Il regista inizia quindi dalla conclusione della vicenda, e ci fa capire subito “da che parte stare”, facendoci subito entrare in mezzo ai cittadini del posto con la camera. Un tipo di inquadratura che si ripete spesso durante il film, e che ci restituisce la natura di questa ragazza che ha avuto il coraggio di “entrare” in una cultura, fra la gente, e mangiare, vivere e parlare come loro. Camille condivide molti momenti con i ragazzi dell’università del posto, gli fa domande, gioca con loro, e sta con loro anche nei momenti di difficoltà.

La fotografia del film, dai toni del giallo, è abbastanza banale ma fa comprendere subito, grazie a quello che è l’immaginario comune, che siamo nella RCA. Il regista francese ci ricorda ancora una volta che è prima di tutto un documentarista, grazie al taglio che dà alla vicenda. Infatti, alternati a momenti in cui Camille è seguita da una camera a mano mentre cammina in una folla in costante movimento, ci sono dei fermo immagine: le foto catturate da Camille. Foto scattate in quelli che sono i momenti più drammatici degli scontri, che il regista non ci mostra mai. Nel film non vediamo la violenza che si compie, bensì gli effetti di tale violenza sui corpi martoriati catturati dalla fotografa francese, oppure i momenti di adrenalina che li precedono. Anche la morte di Camille non ci viene mai mostrata dal regista.

Una foto della reale Camille Lepage - Photo Credits: Paris Match
Una foto della reale Camille Lepage – Photo Credits: Paris Match

Camille: una protagonista che resta a noi sconosciuta

La 32enne Nina Meurisse, al suo esordio, guadagna con la sua prima interpretazione una candidatura al Premio César come miglior promessa femminile e il Premio Lumiere nella medesima categoria. La sua prova, misurata ed emotiva al punto giusto, regala sfumature ad un personaggio che in sceneggiatura appariva abbastanza piatto. Infatti, nonostante Camille sia la protagonista, e molti tratti distintivi della ragazza vengono fuori dal suo modo di lavorare, Boris non ci regala mai un vero approfondimento intimo sul personaggio di Camille. Tanto che alla fine del film lo spettatore non può che chiedersi: chi era Camille davvero?

Questo film di formazione, sembra dunque fallire nell’approfondimento intimo dei protagonisti. Tutti i personaggi di Boris sono dei tipi, che restituiscono quella verve rivoluzionaria tipica del cinema francese. Il regista non approfondisce nessun personaggio, creando un film dalla dimensione sociale (neanche troppo approfondita), ma non umana. Non abbastanza almeno.

Profondamente europea, la pellicola di Boris Lojkine entra nella vicenda degli scontri tra anti-balaka e seleka proprio con l’occhio esterno di chi non fa parte di quella comunità. L’occhio di Camille. Lojkine pone un’importante riflessione sulla violenza. Camille si chiede: “questi ragazzi si rendono conto delle cose orrende che fanno?”. Probabilmente no. “E allora”, si chiede Camille, “che ci faccio in una guerra non mia, in un posto dove sarò sempre una straniera e non in Francia dove avrei una vita normale?”. E poi si risponde: “Qui mi sento viva con i miei fratelli UMANI”.

Paola Maria D’Agnone

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