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Cancel culture: se ne può parlare in Italia?

Gli antichi greci avevano l’ostracismo, la società contemporanea la cancel culture. Un paragone azzardato? Non è detto. La cultura della cancellazione, o del boicottaggio, propone nel suo senso originale di estromettere dalla sfera professionale e/o sociale qualcuno oggetto di proteste o scontenti. Il termine nasce negli Stati Uniti e arriva in Italia in una veste diversa. Nel nostro Paese assume un valore più simile a un termine ombrello che a una specifica misura di contrasto. Allora la domanda diviene lecita: in Italia esiste la cancel culture?

La cancel culture come termine ombrello

In Italia infatti il concetto si è sovrapposto a quello non meno dibattuto del “politicamente corretto”. Dentro questo grande contenitore è finito di tutto: dalle censure preventive, all’iconoclastia. Parlarne con le stesse accezioni che ha in America è, coerentemente, impossibile. Perché qui assume un significato molto vago. E vi confluiscono opere letterarie e cinematografiche, scenette più o meno riuscite e dichiarazioni. Con il rischio elevatissimo che sfugga di mano. Andandosi ad applicare a potenzialmente di tutto.

Piccoli fuochi da cui nessuno resta scottato

Quando troppo e quando niente. L’uso sfrenato della cancel culture in Italia non miete vittime tra le fila di chi la genera. Non viene cancellato il programma “Tale e quale show” per la black face ed Einaudi ha comunque deciso di procedere a pubblicare la biografia di Philip Roth scritta da Blake Bailey, accusato di molestie sessuali.

Piccoli fuochi da cui nessuno resta scottato. Che, per bruciare davvero, necessiterebbero di essere parte di un incendio più deciso, preciso e mirato. In Italia dunque non si può parlare di cancel culture perché, se finisce con l’esserlo tutto, nulla lo è più.

Quando è coerente e quando no?

Basta prendere il significato originario e non discostarsi da quello. Condivisibile o meno, è più cancel culture la richiesta di abbattere determinate statue o monumenti che non la scelta di non dare spazio a un prodotto di un certo politico o a dibattere sui social della accoglienza di una frase detta in diretta tv.

I pericoli di un polemismo generalizzato non sono pochi. Noam Chomsky, schierandosi contro la cancel culture, lo ha espresso con una frase: «La censura genera martiri della libertà di parola». Ricordando quanto labile possa essere il margine tra il contestare e il censurare. Occorre approcciarsi in maniera critica alla contestazione di figure, libri, film o produzioni di qualsiasi genere. Ricordando che sono figlie del proprio tempo e come tali vanno considerate.

Sara Rossi

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