Fin dalla sua nascita, fin da prima che devenne arte (industria lo è sempre stato), il cinema è stato un veicolo, un mezzo per andare oltre. Dal treno dei Lumière a Viaggio nella Luna di Méliès, la cinematografia è stata un modo di fuggire, di rifugiarsi lontano dalla realtà e per coglierne le sfumature nascoste. Lo sguardo della camera ha, come pensava Béla Balázs, cambiato la nostra percezione ottica, permettendoci di vedere cose a noi impossibili. E in un mondo globalizzato come il nostro, le cose impossibili da vedere sono ormai poche. Nel caso del conflitto israelo-palestinese, il cinema, soprattutto nell’ultimo decennio, ha avuto una duplice funzione. Quello di veicolo di situazioni ed idee di difficile approccio per il pubblico, perché la narrazione generalista può essere cambiata anche attraverso la sala. L’altra funzione è quella esorcizzante. Il metabolizzare eventi e drammi è sempre stata una delle funzioni più alte del cinema. La Shoah o la guerra del Vietnam, ferita mai ricucita veramente per gli Stati Uniti, ad esempio. E per il territorio e per il cinema israelo-palestinese questa funzione è quanto mai fondamentale. Oltre 70 anni di guerra passano anche attraverso la lente d’ingrandimento della macchina da presa che ne coglie gli aspetti peggiori, più truci, più nascosti e, se vogliamo, anche quelli più ironici.
Attraverso cinque titoli che crediamo fondamentali per la comprensione di una parte del conflitto, cerchiamo di ricostruire situazioni, emozioni e modi di vivere che difficilmente riusciremo mai a comprendere sino in fondo. Perché il cinema è anche questo: un modo per fuggire, si, ma anche per imparare a comprendere.

Munich di Steven Spielberg (2005)

Cinema israelo-palestinese: Una scena di Munich con Eric Bana e Daniel Craig

È il 1972 quando un commando dell’organizzazione terroristica palestinese Settembre Nero irrompe nel villaggio olimpico di Monaco per prendere in Ostaggio undici atleti della federazione israeliana. Dallo scontro a fuoco ne consegue la morte di cinque attentatori e di tutti gli atleti coinvolti. Inizierà così l’operazione del Mossad definita “Ira di Dio”, con l’obbiettivo di eliminare i responsabili diretti ed indiretti del massacro di Monaco, come i rimanenti membri di settembre nero e dell’OLP. Spielberg decide di raccontare proprio quell’operazione dal punto di vista dei soldati israeliani incaricati, in viaggio per tutta l’Europa alla ricerca dei bersagli da eliminare. Di origine ebraica da parte di entrambi i genitori, Spielberg firma un film meraviglioso, totalmente esente da moralismi eccessivi che, anzi, pone domande sincere e incredibilmente attuali ancora oggi sull’inutilità della guerra. Da vero pacifista quale si è sempre professato, il regista statunitense si interroga e fa interrogare i propri personaggi su dove inizi la ragione e dove il torto. Si domanda il perché quell’attentato sia avvenuto e in cosa, veramente, differiscano gli attentatori dagli agenti del Mossad, senza trovare una vera risposta.

La critica alla gestione israeliana del conflitto è forte ed evidente, così come l’affarismo internazionale su di un conflitto che, all’epoca, era in corso da più di trent’anni. Gli stessi agenti hanno rimorsi, ripensamenti, non sono convinti di star seguendo veramente uno scopo nobile. Il tutto attraverso uno stratosferico Eric Bana e un lato tecnico ineccepibile, in pieno stile Spielberg. Un film fondamentale per capire diversi lati della guerra israelo-palestinese e che, pur non essendo perfettamente fedele alla realtà (alcune omissioni, come quella dell’Affare Lillehammer), restituisce una visione diversa e poco scontata sulle atrocità della guerra.

200 metri di Ameen Nayfeh (2020)

Cinema israelo-palestinese: Ali Suliman (Mustafa) in una scena di 200 metri

Mustafa e sua moglie Salwa vivono a distanza di 200 metri l’uno dall’altra in due case separate, il primo in Cisgiordania, la seconda nello Stato di Israele, divisi dalla barriera di separazione israeliana. La sera, per dare la buonanotte alla famiglia, Mustafa accende e spegne la luce del balcone, per farsi riconoscere al di là del muro. Lui si rifiuta di prendere la cittadinanza israeliana che gli consentirebbe di riunirsi alla famiglia e che, visto il lavoro della moglie nei territori israeliani, gli sarebbe di facile accesso. Così un matrimonio felice viene incrinato da una distanza tanto piccola quanto insormontabile. Un giorno, uno dei tre figli della coppia viene investito in territorio israeliano. Mustafa si precipita al checkpoint per accedere con un visto temporaneo. Ma l’accesso gli viene negato. Inizierà così la sua odissea per raggiungere la moglie e il figlio tramite i contrabbandieri. Un viaggio infinito tra i territori occupati dai coloni per attraversare, idealmente, 200 metri.

Ameen Nayfeh, regista palestinese alla sua opera prima, disegna una pellicola spiccatamente politica, girando un film piccolo quanto gigantesco nei suoi intenti di mostrare una delle realtà più psicologicamente violente della guerra israelo-palestinese. E lo fa attraverso un classico viaggio dell’eroe, un’epica moderna che, in questo caso, porta l’eroe a superare delle barriere tremendamente fisiche. Una pellicola girata per sembrare quasi un reportage documentaristico che svela la fragile umanità dietro un conflitto decennale. E che ci ricorda quanto sia necessario accendere una luce quando il buio avanza e come il cinema sappia scavalcare qualsiasi ostacolo.

Il tempo che ci rimane di Elia Suleiman (2009)

Cinema israelo-palestinese: Saleh Bakri che interpreta Faud Suleiman, il padre di Elia Suleiman, in Il tempo che ci rimane

Elia Suleiman è uno dei registi più importanti in ambito palestinese. Nonostante la sua breve filmografia ha firmato tre titoli fondamentali per riuscire a comprendere un punto di vista sul conflitto arabo-israeliano e sulla vita nella Palestina post nascita dello Stato di Israele. Con Il tempo che ci rimane torna per la seconda volta a Cannes con un film proprio girato in Palestina dopo la prima volta nel 2002 con Intervento divino. Il tempo che ci rimane è un trattato autobiografico che attraversa 70 anni di storia recente del conflitto attraverso la visione e i ricordi che Suleiman ha della propria famiglia. Scritto in parte tramite i diari del padre e le lettere delle madre, Elia Suleiman confeziona un affresco proustiano e minimalista di 70 anni di storia attraverso quattro atti della sua vita. Dal padre che viene quasi ucciso dai soldati israeliani, dalla sua vita di bambino nelle scuole ebraiche, la lotta attiva e partecipata da adolescente, fino ai giorni nostri con la stanchezza dell’età e la visione distaccata.

Suleiman con Il tempo che ci rimane gira un film sul ricordo, sulla visione nostalgica e quasi romantica degli anni che furono e che mai torneranno indietro. Un trattato d’amore per la sua famiglia e per la sua terra, mai veramente lasciata alle spalle. Neanche dopo essere arrivato in America. Il tempo che ci rimane è una pellicola che supera tutti i confini, fisici e mentali. Il ricordo è quindi teatro per parlare di contemporaneo. E la comicità costante e graffiante arma di distruzione di massa per chi crede che uno stato non possa esistere. Un film fatto di attimi, più che di racconti. Un film sulla capacità di creare immagini evocative, il tutto con forte distacco ma mai indifferenza. E il cinema è anche questo, un modo per dissacrare, distruggere ogni barriera e, soprattutto, ricostruire.

Paradise Now di Hany Abu-Assad (2005)

Cinema israelo-palestinese: uno dei momenti più importanti di Paradise Now di Hany Abu-Assad

Khaled e Said sono due meccanici palestinesi. Lavorano in un’officina ed hanno due caratteri completamente diversi. Il primo è burbero e attaccabrighe, il secondo calmo, riflessivo e segnato dai ricordi del padre venuto a mancare. Una sera, arriva la notizia che aspettavano da tempo. Sono stati scelti per compiere l’indomani mattina, dopo un lungo periodo di inattività, un attentato kamikaze nel territorio israeliano. Hanno una sera per salutare gli affetti e passare i loro ultimi istanti con chi amano. Said decide così di fare una visita notturna, durante il coprifuoco, a Suha, cliente abituale dell’officina con la quale ha un piccolo intreccio sentimentale. Ma la mattina è arrivata e il momento dell’attentato è sempre più vicino. Ed è proprio lì che i dubbi iniziare ad assalire i due, non più tanto decisi a sacrificarsi. Hany Abu-Assad mette in scena un film altamente politico e di difficile creazione. La possibilità di scadere in semplice retorica e pietismi era vicinissima. Ma il regista, vincitore del Golden Globe come miglior film straniero con questa pellicola, riesce a tirare fuori lucidità ed equilibrio dove sembra scomparire l’umanità.

I due attentatori respirano, hanno famiglie, emozioni, dubbi e paure. I due sono ragazzi giovani nati e cresciuti in mezzo alla violenza e la guerra, che ha formato i loro pensieri. Non c’è giudizio nello sguardo filmico di Abu-Assad, ma piuttosto la volontà di far sviluppare un pensiero critico a chi guarda. Dove si segna il confine di chi è carnefice e chi è vittima? Chi è martire e chi è colui che soffre? Il film non da una risposta e non vuole darla ma ha la volontà ferrea di mostrare il perché. Uno spaccato così lontano da noi che fa ancora più male. Una crepa dolorosa ma necessaria, che non deve farci volgere lo sguardo. Un film meraviglioso che trasuda cinema. Nelle sue volontà politiche (la sequenza in cui vengono registrate le ultime parole degli attentatori è incredibile) sia nei suoi drammi personali ed intimi, mai come in questa situazione così tanto interconnessi tra loro.

Alessandro Libianchi

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