Sam Wilson è un uomo normale. Quello che Captain America: Brave New World sembra urlarci a gran voce è proprio questo: Sam Wilson è solo un uomo. Non ha il siero del super soldato, non ha poteri soprannaturali, mutazioni genetiche o trasformazioni dovute a raggi gamma. È un semplice soldato contro il mondo. Contro un mondo opportunista che vuole renderlo un simbolo proprio come è stato Steve Rogers. E la prima metà di Captain America: Brave New World sembra proprio voler spingere in quella direzione. Sulla scia di Captain America: the Winter Soldier, il film migliore dell’MCU, questa nuova versione di Cap si addentra nel fantapolitico e nello spy movie, alla ricerca di un nuovo soldato d’inverno. O, quantomeno, una pellicola di quello spessore. E, almeno nella prima mezz’ora, l’obiettivo è riuscitissimo.

Brave New World sembra girare intorno, annusare un grande ed enorme complotto che tira le fila della narrazione. Il nuovo presidente degli Stati Uniti Thaddeus “Thunderbolt” Ross sembra voler ricomporre gli Avengers, ma i suoi intenti non sono chiari. Il personaggio interpretato da Giancarlo Esposito, Sidewinder, sembra lavorare per qualcuno veramente in alto. Insomma, i presupposti per un grande intrigo internazionale ci sono. Peccato che, nella seconda parte di film, i sotterfugi, i complotti e le indagini lascino spazio a quello che sembra essere un film di buoni sentimenti, più alla ricerca dell’umanità e dell’empatia che della ricerca di verità. E se la volontà è quella di aprire il film con quel fil rouge che lo lega The Winter Soldier a Brave New World, la seconda parte ce la mette tutta per distruggerlo.

Captain America: Brave New World: essere Cap

Dopo gli eventi di The Falcon and the Winter Soldier, la serie Tv Marvel del 2021, Sam Wilson è ufficialmente il nuovo Capitan America. Thaddeus “Thunderbolt” Ross è diventato il nuovo presidente degli Stati Uniti e vuole riformare gli Avengers, nonostante sia stato proprio lui (o meglio, la sua versione interpretata dal compianto William Hurt) a firmare gli accordi di Sokovia che misero al bando proprio il gruppo di superuomini. Non è chiaro se le motivazioni che spingano Ross a questa scelta siano genuine o guidate da uno strano piano segreto. E questo dubbio ci piace. Nel mentre, Joaquin Torres è diventato il nuovo Falcon, che viene addestrato dal Super Soldato Isaiah Bradley, tornato nel film dopo gli eventi della serie. Il presidente Ross invita tutti e tre alla Casa Bianca, dove si terrà un evento di presentazione di un nuovo materiale scoperto sull’isola del Celestiale Tiamut: l’adamantio. Ma, proprio durante quella presentazione, Isaiah Bradley spara al presidente e fugge.

Da lì inizierà l’indagine di Sam Wilson, in contrasto con il presidente, per capire chi o cosa ha orchestrato l’attentato. E, soprattutto, scagionare Bradley, convinto che l’uomo non fosse in sé. Questa sequenza di eventi e conseguente indagine tiene banco per più di metà film, rendendo la narrazione avvincente e piuttosto interessante. L’idea messa nero su bianco è buona, fatta di montaggi alternati tra Ross che cerca di fermare Wilson e Sam che va avanti nella sua scoperta della verità. Ma è proprio quando questa verità viene a galla che il castello di carte crolla. Al di là di un personaggio sprecatissimo come quello interpretato da un sempre gigantesco Giancarlo Esposito, con la sola funzione di svelare il mistero che stava venendo a galla da solo, a non funzionare è tutto l’impianto narrativo che ne consegue.

Essere Sam Wilson

E se quindi la volontà di mostrare quanto Wilson sia, in fondo, un uomo, cosa tra l’altro scritta in modo abbastanza efficace se pure non esageratamente approfondita, allora tutto il film si affloscia su quella necessità. Tutta la narrazione diventa una questione umana, personale. La macchinazione guidata da Samuel Sterns, il Leader, è una vendetta personale. Porta si ad una crisi internazionale, ma è e rimane una questione personale. Così come le motivazioni che guidano le azioni di Ross: sono tutti motivi umani, personali. Che sia la vendetta o l’amore per una figlia, niente di quello che viene fatto è per la volontà di potere o il voler stabilire un nuovo ordine mondiale. E il combattimento finale tra Cap e Red Hulk ne è la piena dimostrazione. Mostro contro uomo, Davide contro Golia su un viale con i ciliegi in fiore. La rappresentazione di come l’uomo può vincere contro la bestia, messaggio nobile, ma che non sembrava il vero intento iniziale del film. Perché se si inizia parlando di come l’America percepisca un Captain America nero e di come i giochi di potere siano al centro dei legami internazionali, risulta anacronistico concludere con un film di buoni sentimenti, in cui l’amore vince su ogni cosa e la forza di volontà può sconfiggere un Hulk arrabbiato. E il presidente, in fondo, vuole solo l’amore di una figlia.

Un peccato, perché il personaggio di Sam, al di là di queste macchie evidenti nel film, ha acquisito uno spessore che forse non ha mai avuto nell’MCU. Concludere quindi con un nulla di fatto fa venire l’amaro in bocca per ciò che poteva essere e ciò che avrebbe avuto da offrire. Sam Wilson fa i conti con la sua umanità e la mette più volte in discussione, completando un arco del personaggio tutto sommato vincente. Il problema sorge se guardiamo tutto il resto, tutti gli elementi del macro mondo di terra 616 che si disperdono nell’aria. Captain America: Brave New World è evidentemente un film legato al prossimo Thunderbolts*. Questo dedicato a Sam Wilson, il prossimo a Bucky Burnes. Avremmo forse voluto più carne al fuoco per una duplice motivazione: ci avviciniamo inesorabilmente al grande evento MCU, Avenger: Secret Wars, e Sam Wilson meritava quel qualcosa in più. In definitiva Captain America: Brave New World non è un brutto film, è solo l’ennesima occasione che l’MCU decide di non sfruttare fino in fondo. Ma quella corda si sta spezzando, soprattutto ora che la concorrenza sta bussando con forza alla porta.

Alessandro Libianchi

Seguici su Google News