Inaugurata il 7 marzo a Palazzo Barberini a Roma, in occasione del Giubileo 2025, la mostra Caravaggio 2025, presentata dalle Gallerie Nazionali di Arte Antica, in collaborazione con la Galleria Borghese, si estenderà fino al 6 luglio. A curare l’esposizione, considerata una delle più ambiziose mai dedicate al pittore, sono Francesca Cappelletti, Maria Cristina Terzaghi e Thomas Clement Salomon con il supporto della Direzione Generale Musei- Ministero della Cultura e con il sostegno del Main Partner Intesa Sanpaolo.
Il progetto riunisce ventiquattro opere, dalle più celebri ad altre meno note, ma altrettanto significative. L’intento è offrire nuovi spunti di riflessione sul merito artistico, ma anche sulla turbolenta vita di Michelangelo Merisi, esplorando le diverse fasi della sua produzione pittorica. Una scommessa che si è rivelata vincente, considerando l’incredibile affluenza registrata già nei primi giorni dall’apertura della rassegna.
Caravaggio 2025 a Palazzo Barberini: il percorso della mostra

Inserita all’interno della sontuosa cornice di Palazzo Barberini, costruito tra il 1625 e il 1633 ampliando il precedente edificio della famiglia Sforza, la mostra immerge immediatamente il visitatore in quella che è l’atmosfera caratteristica delle opere caravaggesche, il contrasto tra luce e oscurità. Le sale sono infatti immerse nell’ombra, in contrapposizione alle tele, che si stagliano nel buio grazie a un gioco d’illuminazione che le fa apparire quasi sospese, anziche affisse.
Il percorso si sviluppa in quattro sezioni tematiche, che consentono l’esplorazione della parabola artistica di Caravaggio contenuta in un arco temporale di quindici anni, dal suo arrivo nella capitale nel 1595 alla sua scomparsa a Porto Ercole, nel 1610. Si parte, dunque, con il Debutto Romano; nel 1597 il Merisi fece la conoscenza del suo principale committente, Francesco Maria del Monte, per il quale dipinse alcuni dei suoi capolavori giovanili. Possiamo così ammirare I Musici, La Buona Ventura e I Bari, tra i suoi quadri più apprezzati e conosciuti. È qui esposta, inoltre, la prima redazione della Conversione di Saulo, diversa rispetto alla versione finale per il supporto utilizzato, una tavola di legno cipresso di grandi dimensioni.
Michelangelo Merisi, uomo fallace, artista eterno

Nella seconda sezione, Ingagliardire gli oscuri, si viene introdotti alla produzione ritrattistica del pittore, della quale purtroppo a noi sono giunte pochissime testimonianze. Protagonisti della sala sono Maffeo Barberini, raffigurato in ben due tele, per la prima volta accostate, e la cortigiana Fillide Melandroni, ritratta in Marta e Maria Maddalena, Santa Caterina d’Alessandria e, naturalmente, in Giuditta e Oloferne, che ispirò Artemisia Gentileschi per la sua celeberrima interpretazione della parabola.
Nel terzo spazio, Il dramma sacro tra Roma e Napoli, è possibile ammirare la prima commissione pubblica di Caravaggio, le tele della cappella Contarelli nella chiesa di San Luigi dei Francesi, per poi passare a opere raccolte da ogni parte del mondo, come San Giovanni Battista, proveniente dalla collezione del Nelson-Atkins Museum of Art (Kansas City, Missouri).
La sezione conclusiva, chiamata non a caso Finale di partita, segue l’ultimo atto della travagliata esistenza di Michelangelo Merisi. Nel 1606, durante una partita di pallacorda, uccise Ranuccio Tomassoni; per tale motivo, fu costretto ad abbandonare la città, per evitare una condanna alla pena capitale. Il suo desiderio, tuttavia, rimase sempre quello di fare ritorno a Roma. Pochi giorni prima del suo viaggio fatale, che avrebbe dovuto ricondurlo nei pressi dell’Urbe, in attesa del condono papale, realizzò il Martirio di Sant’Orsola, presente nell’interno della mostra.
L’esposizione regala al visitatore, prima del suo congedo un’ultimissima opera, la venticinquesima; si tratta del Giove, Nettuno e Plutone, l’unico dipinto murale compiuto da Caravaggio nel 1597 circa all’interno del Casino dell’Aurora, a Villa Ludovisi. Un’allegoria totalmente diversa dallo stile al quale siamo abituati, ma che testimonia ancora una volta il genio rivoluzionario di un uomo che ha avuto un passaggio terreno breve e complesso, ma che ha saputo trovare il modo di sopravvivere per l’eternità.
Federica Checchia
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