31 dicembre 1973, Los Angeles. I dodici rintocchi della mezzanotte annunciano l’arrivo del 1974, mentre le persone, nelle loro case o in strada, nonostante la pioggia, si scambiano auguri e abbracci affettuosi. Nel suo appartamento, lo scrittore Charles Bukowski impugna la penna e mette nero su bianco i pensieri del momento, tutt’altro che lieti. Il risultato è la poesia Foglie di palma.

Charles Bukowski: il testo di Foglie di palma

Charles Bukowski
Il poeta e scrittore Charles Bukowski

A mezzanotte in punto

1973-74

Los Angeles

ha cominciato a piovere sulle

foglie di palma fuori dalla mia finestra

i clacson e i fuochi d’artificio

erano svaniti

e tuonava.

ero andato a letto alle 21.00

spente le luci

tirate su le coperte –

la loro letizia, la loro felicità,

le loro urla, i loro cappelli di carta,

le loro automobili, le loro donne,

i loro ubriachi dilettanti…

la notte di Capodanno mi atterrisce

sempre

la vita non sa nulla degli anni.

adesso i clacson si sono ammutoliti

e i fuochi d’artificio e i tuoni…

tutto è finito in cinque minuti…

odo soltanto la pioggia

sulle foglie di palma,

e penso:

non capirò mai gli uomini,

ma è andata

anche questa.

La solitudine degli emarginati

Libertino, alcolista, anticonformista, non per scelta, ma per indole. Charles Bukowski rappresentava tutto quello che la società americana dell’epoca disprezzava. Il realismo “sporco” dei suoi romanzi e dei racconti, nei quali raccontava semplicemente se stesso, attirava su di sé giudizi e pregiudizi, ma lui non se ne curava affatto.

L’autore statunitense non scriveva per dare scandalo, ma per narrare la vita secondo il suo punto di vista, nonostante questo fosse ben distante dalle convenzioni di allora. Con Foglie di palma, dà voce, forse senza saperlo del tutto , ai reietti, agli esclusi; per queste persone, il Capodanno non è un’occasione gioiosa, ma uno spietato faccia a faccia con la propria solitudine. Mentre il mondo celebra l’inizio di un nuovo ciclo vitale, chi sta ai margini della società si sente tagliato fuori in modo ancora più incisivo, senza possibilità di redenzione.

Charles Bukowski e quella pioggia che spazza via l’ipocrisia

Con enorme sensibilità, Bukowski delinea il senso d’isolamento suo e di chi sente a lui simile. Un dolore profondo al quale è rassegnato, addolcito dalla certezza che, di lì a pochi minuti, l’euforia dei festeggiamenti sarà scemata, e il primo di gennaio tornerà ad essere un giorno qualunque. Dopotutto, La vita non sa nulla degli anni.

Gli “altri”, i tasselli ben inseriti nel gigantesco e crudele mosaico sociale dell’America degli anni Settanta, si sono divertiti, hanno bevuto, hanno giocato; dopo la tempesta, però, c’è sempre la quiete. La pioggia lava via tutto, dal caos dei party californiani ai rumori della città, mentre il poeta rimane lì, unico testimone di una felicità esasperata che va spegnendosi. Bukowski resta solo con i propri pensieri, e con una consapevolezza dolceamara: anche se, durante l’anno appena terminato, non si è divertito come le convenzioni richiederebbero, ha superato gli ultimi trecentosessantacinque giorni. È sopravvissuto alla malinconia, alla solitudine e, soprattutto, a se stesso.

Federica Checchia

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