Risale a poche ore fa la notizia della liberazione di Alberto Trentini e di Mario Burlò, entrambi detenuti in Venezuela per oltre un anno. Attualmente, i due si trovano presso l’ambasciata italiana a Caracas, e sono attesi nel nostro Paese entro domani mattina. Dopo il loro rilascio, la premier Giorgia Meloni ha dichiarato di auspicare l’apertura di una «nuova stagione di relazioni costruttive fra Roma e Caracas» insieme alla «presidente Delcy Rodriguez».
Alberto Trentini si trovava in Venezuela per lavoro

Trentini, quarantasei anni, è originario di Venezia. Nell’ottobre del 2024 era in Venezuela per conto della ong internazionale Humanity & Inclusion, che aiuta le persone con disabilità. Al momento dell’arresto, il 16 novembre, avvenuto in circostanze poco chiare e senza accuse specifiche, si stava recando per lavoro a Guasdualito, nel nordovest del Paese; insieme a lui, le autorità avevano fermato anche l’autista che lo stava accompagnando.
Le notizie che lo riguardavano, in oltre un anno di prigionia, sono sempre state vaghe e frammentarie. I suoi genitori hanno potuto parlare al telefono con lui solo dopo sei mesi, e per tre volte in totale. L’ambasciatore italiano a Caracas, Giovanni Umberto De Vito, è stato autorizzato a incontrarlo soltanto lo scorso settembre, e poi di nuovo a novembre.
L’uomo è stato vittima della “diplomazia degli ostaggi”
L’avvocato della famiglia Trentini, Alessandra Ballerini, ha definito più volte il suo arresto come una «sparizione forzata». Pochi giorni fa, aveva ribadito l’assoluta urgenza di liberarlo, per questioni mediche e di salute; alcuni detenuti, scarcerati prima di lui, lo avevano descritto come «molto dimagrito e provato». Ballerini aveva spiegato: «Le condizioni sono disastrose. Ci sono problemi di respirazione diffusi per tutti i prigionieri, dissenteria, e anche ovviamente problemi psicologici. Dopo che stai tredici mesi e mezzo rinchiuso senza che nessuno ti venga a prendere, inizi a dubitare».
Con ogni probabilità, il regime di Nicolás Maduro aveva arrestato Trentini per ottenere una forma di riconoscimento politico da parte del governo italiano. Un chiaro esempio della cosiddetta “diplomazia degli ostaggi”, una pratica frequentemente applicata nelle dittature. La cattura dell’ex leader, però, ha portato dapprima alla speranza, e poi alla certezza della liberazione del quarantaseienne veneto.
Federica Checchia





