Teresa Potenza ha vissuto per anni intrappolata in un incubo, legata sentimentalmente a Giuseppe Mastrangelo, il feroce boss a capo del clan di Cerignola. Nel salotto di Francesca Fagnani, la donna – che si presenta in studio con il volto completamente coperto per ovvie ragioni di sicurezza e protezione – ripercorre gli anni di torture psicologiche, umiliazioni e violenze subite dal compagno.
Un controllo totale e disumano, amplificato dal delirio di onnipotenza del boss, spesso alterato dall’uso di sostanze stupefacenti. Nelle anticipazioni dell’intervista di stasera a Belve Crime, la Potenza ricorda frasi agghiaccianti di Mastrangelo, come quando gridava: “Io sono Dio, io decido chi vive e chi muore qui”.
Tra gli episodi più drammatici confessati alla conduttrice, la testimone racconta i dettagli di una violenza inaudita in aperta campagna, sotto la minaccia di una pistola alla testa, e le umiliazioni fisiche subite quando manifestava la volontà di scappare.
Le dichiarazioni di Teresa Potenza non hanno solo svelato l’inferno domestico, ma sono state la colonna portante della storica Operazione Cartagine, la maxi inchiesta giudiziaria che ha inflitto un colpo micidiale alla mafia cerignolana.
Grazie alle sue confessioni, il boss Giuseppe Mastrangelo è stato condannato a tre ergastoli per quattro omicidi. Durante l’intervista, Teresa ricostruisce la confessione che il boss le fece riguardo a un sanguinoso regolamento di conti: il triplice omicidio di tre giovani innocenti, eliminati brutalmente solo perché sospettati di essere vicini a un clan rivale. Un racconto che fa luce sulla spietatezza della guerra di mafia nel foggiano, dove la donna ha ammesso di essersi sentita per anni “una vittima mancata di lupara bianca“.
La svolta decisiva nella vita di Teresa Potenza è legata a un profondo istinto materno e di libertà. Dopo essere stata sequestrata per settimane dall’ex compagno, la donna ha scoperto di aspettare un figlio dal boss. È stato proprio il pensiero di quel bambino in grembo a darle la spinta definitiva per fuggire e rompere il muro di omertà che proteggeva i clan della Capitanata.
Teresa Potenza continua a lottare. Lo fa nelle aule dei tribunali dove porta avanti una battaglia a vantaggio di tutti i testimoni di giustizia ‘dimenticati’ dallo Stato. Ad oggi sono poco più di una ventina, a fronte di centinaia di ‘pentiti’ (ovvero collaboratori di giustizia) che godono di sconti di pena e benefit.
Il suo obiettivo è quello di vedersi riconosciuto lo status di “vittima innocente di mafia in vita” che le garantirebbe la concessione delle elargizioni previste dalla Legge 302/1990 e del conseguente diritto al percepimento dei correlativi benefici e provvidenze economiche. Il caso pende in Cassazione.





