Cinema

“Chinatown”, fare il meno possibile

Chinatown“, il capolavoro di Roman Polanski uscito nel 1974, a distanza di più di quarantacinque anni, rappresenta la quintessenza del noir. Un’opera che ricalca tutti gli schemi di un genere ormai consolidato, ne mescola alcuni e ne inventa di nuovi. Un film che andrebbe rivisto periodicamente per non perdere l’abitudine, pertanto, oggi vi proponiamo la nostra retrospettiva.

“Lascia stare, Jake. E’ Chinatown”

Jake Gittes (un monumentale Jack Nicholson) è un investigatore privato della Los Angeles di fine anni Trenta. Un caso ingarbugliato che ha a che fare con l’ingegnere capo della rete idrica Hollis Mulwray, si materializza quando un’attrice che si finge la moglie di lui, Evleyn, lo assume. Quando, però, la vera Evelyn Mulwray (Faye Dunaway) si presenta in ufficio da Jake per chiarire la situazione, egli scopre una fitta rete di corruzione e inganni che raggiunge le alte sfere della polizia e della politica; ciascuna di esse controllate segretamente dal temibile Noah Cross (John Huston), padre di Evelyn. Costui, tramite la sua associazione benefica “Albacore“, progetta di incorporare i terreni della parte Nordest della città con documenti falsificati. Il suo scopo sarà quello di irrigare le zone contadine e svilupparle espropriandole illegalmente ai proprietari.

Chinatown
Photo credit: WEB

La quintessenza del noir

Forte del successo de “Il Lungo Addio” di Robert Altman, film di un anno prima che rielaborava in chiave moderna la figura del Philip Marlowe di Raymond Chandler, il detective più famoso della letteratura hardboiled (sottogenere del noir cui appartiene “Chinatown”), Polanski, insieme a Robert Towne, stese una sceneggiatura che convogliava i canoni classici del noir anni Quaranta, misti a una serie di riletture contemporanee. La violenza, l’erotismo, le depravazioni incestuose del crudele Noah Cross, sono solo alcune delle peculiarità introdotte al duo creativo. “E’ mia sorella, è mia figlia“, ripete Evelyn prima che Jake possa avvedersi delle violenze subite dalla ragazza per mezzo del padre. Qualcosa che il cinema noir classico non avrebbe mai potuto raccontare.

Chinatown
Jake Gittes (Jack Nicholson) con il suo iconico naso fasciato ed Evelyn Mulwray (Faye Dunaway)
Photo credit: WEB

La perdita dell’innocenza

Gli Stati Uniti del periodo interbellico, ancora legati a una tradizione più rurale, divengono teatro di un cambiamento socio-economico che si fonda sulla disonestà, sul crimine. Uscito il film in un’epoca come quella degli scandali del Watergate, la frase finale “Lascia stare, Jake. E’ Chinatown“, chiude idealmente l’American Dream di un tempo. La Chinatown di Los Angeles, retta brutalmente da un codice di polizia meno condiscendente verso le violenze che ivi si verificano, chiude il sipario sul mondo degli ideali innocenti d’un tempo. E’ un cinese ad aiutare Jake a risolvere l’omicidio Mulwray. “Male per elba“, con la pronuncia orientale che ignora la “r”, assume un doppio significato, con il termine “male” che, in realtà era “mare”. Proprio un cinese, nonostante Jake paresse disprezzarne l’etnia per via dei suoi trascorsi nella Chinatown di Los Angeles, è innocentemente colui che lo aiuta a risolvere il caso. Forse l’unico realmente innocente in una storia in cui chiunque ha qualche scheletro nell’armadio.

Chinatown
“Lascia stare, Jake. E’ Chinatown”
Photo credit: WEB

“Chinatown” come padre del neo-noir

Roman Polanski e Robert Towne, seguendo la tradizione del noir letterario, non lesinano delle critiche nei confronti della loro società contemporanea. “Chinatown”, più de “Il Lungo Addio” o di “Senza un attimo di tregua“, è il film che più di tutti raccorda il cinema noir classico con il neo-noir moderno. La politica tenuta sotto scacco dai potenti, la depravazione, la violenza, il razzismo (citiamo anche la amaramente divertente barzelletta sui cinesi), sono tutte tematiche nuove in un genere già consolidato. Un’opera che sa essere tanto classica quanto innovativa. L’apogeo del noir.

MANUEL DI MAGGIO

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