Fellini femminista, Fellini antifemminista, Fellini maschilista, Fellini detrattore della ‘donna indipendente’. Dopo l’uscita del suo sconvolgente film ‘La città delle donne’ del 1980, del regista riminese si disse di tutto e di più. Reo di aver consegnato alla critica e al pubblico un’immagine della donna (e soprattutto delle femministe del periodo) non veritiera, fallace, sessista.

“La città delle donne”: trama del film

Andiamo con ordine. La trama del film è abbastanza ordinaria e semplice: è l’apparato visivo a rendere il tutto sconvolgente. Snaporaz (Marcello Mastroianni) incontra in treno una sconosciuta. In sogno la segue. Inizia qui il viaggio labirintico del protagonista nei meandri di un subconscio fatto di ideologie, simboli, cliché sessuali e sociali. Capita a un congresso femminista dove viene aggredito. Fugge e arriva in casa di un santone dell’eros assieme ad un’orda di maschilisti fallocrati. Katzone, che ha amato un’infinità di donne, è ancora seguace di un’immagine della donna superata e desueta, ora, anche lui, è sulla difensiva. Snaporaz rivive come in un incubo i suoi rapporti con l’altro sesso, dai primi turbamenti dell’infanzia alle esperienze sessuali, a un matrimonio ormai stanco. L’avventura è sempre più allucinante. Alla fine si sveglia: è stato tutto un sogno.

Le ossessioni erotiche sono considerate discriminatorie?

Pensateci bene (e ve lo dice una donna): le ossessioni erotiche, l’eros proibito può essere considerato discriminatorio nei confronti di una donna? La spettatrice che si approccia alla visione del film può sentirsi in imbarazzo. Tuttavia, sarebbe superficiale condannare a priori una trasposizione cinematografica che narra una vicenda autobiografica. In aggiunta, di Fellini, la particolarità di non essere propriamente un morigerato del politically correct. Tutto questo per dire che il giustizialismo mediatico per un’opera cinematografica è , da sempre, croce e delizia, la prima per i registi, la seconda per gli avvocati.

La città delle donne PhotoCredit: dal web
La città delle donne PhotoCredit: dal web

Nella sua modesta caparbietà, Fellini sapeva, all’epoca, di poter creare un effetto boomerang senza precedenti. Al regista il merito di aver messo a nudo opinioni, sogni e, perché no, di essersi tolto qualche sassolino dalla scarpa. Fellini attraverso grazie alla sua visionarietà elabora il suo particolare punto di vista sulle lotte femministe dei primi anni ‘80 e sulla condizione della donna (protagonista simbolica di ogni suo film). La donna per Fellini è una figura ktonia, mistica, inarrivabile e l’uomo non può che rendersi conto di esserne una misera vittima.

Alla fine del film Snaporaz si sente prigioniero, in trappola, incapace di comprendere la realtà femminile: quel mistero del mondo di cui è sempre stato attratto e che non è mai riuscito a capire fino in fondo. Dopo trent’anni di carriera cinematografica, forse, Fellini non ha più nulla da raccontarci, non ha più nulla da dire che non abbia già detto, può solo farci vedere. Può solo darci il privilegio di scrutare nella sua mente cogliendo a piene mani le ossessioni più recondite e le nudità più imbarazzanti. In questo, lo sappiamo, è un genio. Ecco perché, secondo me, l’approccio a questa pellicola dovrebbe essere ‘critica’ e non ‘sensitiva’: in fondo, Fellini, racconta semplicemente il ‘suo’ sguardo maschile nei confronti delle donne (intese ideologicamente). Sono d’accordo, c’è molta carne al fuoco e non sempre di migliore qualità, ma è bene essere onesti e non giustizialisti quando ci approcciamo ad un’opera cinematografica.

Seguici su MMI e Metropolitan cinema

© RIPRODUZIONE RISERVATA