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Collettivi femministi: perché ne abbiamo bisogno

Uno dei frames mentali più intuitivi quando si parla di femminismo riporta a secoli, a decine di anni addietro, quando fiumane di donne e ragazze manifestavano nelle piazze, coi loro slogan, i loro cartelli, la loro rabbia, combattendo una battaglia contro il patriarcato nella quale c’era in ballo il riconoscimento di diritti fondamentali. Una situazione esasperata, insopportabile per persone che chiedevano soltanto di autodeterminarsi, di decidere per sé stesse. Si potrebbe pensare che, a distanza di tanto tempo, le parti abbiano trovato un accordo e deposto le armi. La verità è diversa e ci dice che il femminismo non è arrivato alla sua fine. E che abbiamo bisogno di collettivi femministi che ce lo ricordino.

Quando le donne hanno iniziato a fare storia, la loro

È il 1791 quando Marie Gouze, meglio nota come Olympe de Gouges scrive “La dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina“. Porta l’attenzione sulle donne, fino ad allora relegate ai margini della società. È il germe del femminismo che inizia a insinuarsi, rompendo l’armonia fallocentrica di una società creata da uomini per gli uomini. Seguono la “Rivendicazione dei diritti della donna” di Mary Wollostonecraft e le suffragette. E ancora la seconda ondata e il “Secondo sesso“, i dibattiti su divorzio e aborto, “il personale è politico“.

Poi la terza ondata, i gender studies nelle Università, la coscienza dei diversi volti della discriminazione e l’intersezionalità. Oggi, mentre si parla di attivismo digitale e i social sono casse di risonanza per far sentire la propria voce in tutto il mondo, la strada fatta dal femminismo appare lunga. E lo è stata. Ci appaiono scontate questioni sulle quali, senza il femminismo, forse neanche avremmo potuto aver diritto a un dubbio. Non per questo però si può dire di aver tagliato il traguardo. Altrettando lunga è la strada che abbiamo davanti. E i collettivi femministi sono necessari perché non lo si dimentichi.

La lotta dei collettivi femministi contro la discriminazione

Se molte sono le facce della discriminazione, ancora di più sono i modi per combatterla. Questa si esplica in tanti ambiti della vita di tutti i giorni e le donne ne sono vittime. I collettivi femministi rivendicano la necessità di smarcarsene. Un esempio di lavoro a 360 gradi è Collettivæ, che si propone di incentivare un femminismo intersezionale in ogni aspetto della quotidianità, dal lavoro alla socialità, dal gender gap alla violenza sessuale. O ancora Moleste, il collettivo di fumettiste che denuncia gli abusi e la discriminazione sessista nel mondo del fumetto, non sempre capace di rispettarle come professioniste. Sono molte le sfere di azione di un collettivo, dunque, perché la discriminazione femminile, in qualsiasi modo si esplichi, è ancora comune. E serve portarla alla luce.

Grazie Mary Quant per aver donato al mondo la minigonna, ma che succede se le gambe diventano motivo di apprezzamenti non desiderati sulla strada per tornare a casa? Grazie Franca Viola per esserti opposta al matrimonio riparatore, per aver avuto il coraggio di poter decidere per te, ora vorremmo anche poter lasciare i nostri partner senza rischiare di morire per questo. Ogni episodio di prevaricazione, ogni donna costretta a chiedersi perché debba accadere a lei e a rispondersi che non sarebbe successo se fosse stata un uomo è un motivo per continuare a lottare. Per darsi la mano in un gesto di sorellanza, di sostegno reciproco, di riconoscimento e rispetto di quella validità spesso negata. Per alzare un po’ di più la voce anche per chi non può usare la propria.

Sara Rossi

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