In Companion nessuno è chi racconta (o viene raccontato) di essere. Dal mafioso russo Sergey fino alla protagonista Iris, interpretata dalla sorprendente Shopie Thatcher di Yellowjackets, ogni personaggio nasconde un segreto, nasconde il suo vero io. Parlare di Companion evitando ogni sorta di spoiler è pressocché impossibile, quindi mettiamo subito le mani avanti. Ci limiteremo allo stretto necessario da qui in avanti, ma concedeteci un minimo sindacale. Prima di circa un terzo di film, Iris e Josh sembrano la classica coppia da rom-com di serie B. Non è un caso, infatti, che il marketing del film abbia spinto così tanto sul dirci che i produttori sono gli stessi de “Le pagine della nostra vita” e di “Barbarian”. Companion è esattamente l’unione di queste due pellicole. Una smielata storia d’amore che si tinge di rosso, di horrorrifico e di Barbaro nel sua forma più pura e disinteressata.
Companion parla proprio a quella generazione che mette in scena: i Millennial. E allora ecco la coppia trent’enne di fidanzati perfetti, la coppia gay, la donna tosta e scontrosa. Tutti marchi da cinema contemporaneo che parla ai più o meno giovani e, di fatto, ne rappresenta, nella forma più cliché, gli stereotipi. Ma è qui, dopo mezz’ora di millennial movie, che lo scarto si fa ampio, lo squarcio si apre al pubblico e tutti diventano il contrario di tutto. Jack Quaid diventa il personaggio che il padre interpreta in The Substance (scelta perfetta quella di far interpretare un sadico manipolatore come Josh ad un volto come quello di Quaid) e Iris scopre, in sostanza, di non essere umana. Companion tira qui la linea tematica, con la volontà di parlare a tutti coloro che sono incastrati in una relazione tossica con un compagno manipolatore che fa (come direbbero i più bravi) del vero e proprio Gaslighting (fun fact, il termine deriva da quel capolavoro del ’44 di Cukor tradotto da noi in Angoscia).
Companion: duplice

Ma Companion non si ferma qui. E allora ecco che gli squilibri della coppia prendono forma all’interno di una coppia che, in sostanza, è finta. Quindi l’idea perversa di avere qualcuno da plasmare a proprio piacimento, su cui sfogare i propri istinti, si interseca con un discorso socio-etico sul nostro rapporto con la tecnologia e le intelligenze artificiali. Iris è un robot, un’intelligenza artificiale dedita solo al compiacimento di Josh, che l’ha noleggiata proprio per questo. In questo punto i due temi portanti del film si incrociano, ponendo la necessità di amore e la fissazione quasi perversa di Iris per Josh come una sua caratteristica di programmazione. E quindi il risveglio di Iris, la sua presa di coscienza, diventa una forma di rivalsa per tutte quelle vittime di forme di rapporto tossico.
Lo sceneggiatore e regista Drew Hancock si muove allora all’interno di questi due temi attraverso una pellicola che si preoccupa tanto di dire esattamente quello che sta per dire e di non lasciare indietro nessuno. La nobiltà tematica scivola leggermente su una scrittura meno nobile e un thriller/horror che risulta leggermente troppo scontato, nonostante i colpi di scena non manchino. L’impressione è che la dimensione cinema è l’unica cosa che conti, una sorta di apparenza (proprio come i personaggi del film), sovrasta l’essenziale necessità di scavare nelle tematiche. Ma la capacità di esporre cinematograficamente tutto ciò attraverso un sottile velo di ironia, satira e quel pizzico di resa cinematografica postmoderna rende Companion una piacevole “compagnia”, nonostante i difetti.
Dov’è la differenza?
La cattiveria e l’odio che nascono dalle differenze socio-economiche diventano più giustificabili o più perverse se si ripercuotono contro una sorta di manichino, di fantoccio? Companion si interroga proprio su questo. Badate bene, l’IA non è un argomento nuovo nel mondo del cinema. Tanto meno lo è il modo di affrontarlo di Companion. A metà tra un Ex-machina di Garland, di cui ricorda l’ambientazione e i rapporti e un Lucy di Luc Besson per il discorso post-umanesimo e di sorpasso delle capacità umane, il film non mira all’originalità pura. Ma si interroga e fa interrogare su come ci rapportiamo e ci rapporteremo a queste forme di post-umanità, di superuomo artificiale. Se Besson sceglie di far arrivare all’onniscienza Lucy al raggiungimento del 100% delle capacità celebrali, l’Iris di Hancock acquisisce la “sola” consapevolezza di sé. Non è più automa ma essere vivente senza vincoli. E allora la linea sottile tra il discorso Asimoviano e quello dei rapporti umani si sgretola e diventa sottilissimo, forse troppo, fino a non far distinguere le differenze. Ma forse è quello che Hancock voleva. L’incapacità di distinguere tra le due forme, proprio come Iris.
Alessandro Libianchi
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