In Corea del Nord rischi la condanna a morte per un film: ma che tipo di film? Vediamo cosa succede.
In Corea del Nord guardare un film straniero equivale al traffico di droga. Anzi, peggio: oggi la pena è la stessa. A dirlo non sono ONG militanti, ma un rapporto dell’Alto commissariato ONU per i diritti umani. Basato su oltre 300 interviste a rifugiati, il documento fotografa un regime che dal 2020 ha moltiplicato le condanne a morte pubbliche per chi possiede o diffonde contenuti stranieri.
Kim Jong-un ha approvato sei nuove leggi che estendono la pena capitale anche al consumo culturale. Obiettivo: isolare la popolazione dal resto del mondo e cementare il monopolio informativo. Il risultato è una società in cui vedere una serie sudcoreana o un film hollywoodiano può costare la vita, e dove le esecuzioni diventano teatro pedagogico: sangue come avvertimento.
Lo Stato totale
I rifugiati raccontano un regime che stringe la presa su ogni aspetto della quotidianità:
nessun altro popolo al mondo è soggetto a restrizioni di questo livello
dice l’ONU. La sorveglianza digitale è pervasiva, la frontiera con la Cina militarizzata al punto da prevedere l’ordine di sparare a vista. Ai poveri e agli orfani restano i lavori forzati in miniere e cantieri: morti e incidenti vengono definiti “sacrifici” offerti al leader.
Nelle prigioni politiche la tortura continua, mentre nei penitenziari ordinari si muore di fame e maltrattamenti. I campi restano attivi, malgrado nel 2014 le stesse Nazioni Unite li avessero classificati come “crimini contro l’umanità”.
Gli scudi di Mosca e Pechino: una generazione che sogna altro
Quando Kim salì al potere nel 2011, molti speravano in riforme economiche parallele al programma nucleare. Dodici anni dopo, i rifugiati parlano di una realtà peggiorata: mangiare tre volte al giorno è un lusso, la pandemia ha significato carestie e morti per fame. “All’inizio avevamo qualche speranza, ma è durata poco: vivere giorno per giorno è una tortura”, dice una giovane fuggita nel 2018.
Di fronte a tutto questo, la diplomazia si infrange. Le richieste dell’ONU di abolire la pena di morte e chiudere i campi di prigionia restano lettera morta: Cina e Russia continuano a proteggere Pyongyang, bloccando ogni tentativo di sanzione al Consiglio di Sicurezza. Kim intanto sfila accanto a Xi Jinping e Vladimir Putin nelle parate militari, certificando il sostegno dei due giganti al regime.
Volker Türk, Alto commissario ONU, parla di un “chiaro e forte desiderio di cambiamento, soprattutto tra i giovani nordcoreani”. Ed è forse questo il paradosso più feroce: in un Paese in cui un file mp4 può essere una condanna a morte, la domanda di futuro arriva proprio da chi non smette di rischiare pur di vedere altrove.
Maria Paola Pizzonia





