Coronavirus e censura: quali sono le responsabilità del Partito Comunista?

Coronavirus e censura. Esiste un collegamento tra la diffusione del virus e la consolidata attività di controllo dell’informazione da parte del governo cinese?

Che il Partito Comunista non sia incline a riconoscere le libertà individuali e collettive è un dato storico oramai consolidato, e tuttavia non si può non porre l’accento sul fatto che, da quando XI Jinping è stato eletto Segretario del Partito Comunista e Presidente del paese, la situazione sia notevolmente peggiorata.

Il restringimento delle libertà personali registrato in Cina negli ultimi anni è da ascrivere ad un perverso legame tra un sistema dittatoriale, con le sue caratteristiche tipiche, e l’impiego delle ultime tecnologie mirante a consolidare il potere del Partito Comunista e controllare le attività dei cittadini.

Il Great Firewall cinese

Esempio tipico dell’attività di censura del governo cinese è il Great Firewall cinese, la grande muraglia digitale, che impedisce a chiunque sia all’interno del territorio di accedere liberamente ad internet, impedendo, ipso facto, ai cittadini l’accesso alle fonti di informazione internazionali e manipolando agilmente la diffusione di notizie al fine di non screditare il Partito Comunista agli occhi della popolazione.

Il Great Firewall difende il Partito Comunista su due fronti; dal lato interno, negando, come detto, il diritto di informazione ai cittadini, se non utilizzando, a proprio rischio e pericolo, i VPN per bypassare la censura; dal lato esterno, invece, rendendo sempre più difficile, per i media occidentali, avere notizie chiare ed attendibili su quanto accade nel paese.

Si aggiunga, inoltre, che molti corrispondenti esteri dalla Cina lamentano la difficoltà di svolgere il proprio lavoro, specie quando tentano di indagare su quanto accade nelle zone più calde del paese, Tibet e Xinjiang in testa; che numerosi giornalisti occidentali viene sistematicamente negato il visto per entrare nel territorio, e che la Cina è al primo posto tra i paesi con più reporter incarcerati, 48 solo l’ultimo anno, e il grande fratello orwelliano in salsa agrodolce è servito.

Quando la limitazione dell’informazione mette a rischio la salute dei cittadini

Se impedire la libera manifestazione del pensiero, per usare un eufemismo, è una pratica poco simpatica, l’impostazione autoritaria del governo è ancora più inquietante quando a non circolare sono notizie che potrebbero aiutare a salvaguardare il diritto alla salute e all’incolumità personale dell’individuo.

Quanto sta accadendo ora con il coronavirus ne è un caso evidente: la sistematica limitazione del diritto di informazione ha impedito che la popolazione cinese avesse consapevolezza della calamità che stava per abbattersi su di loro. L’aver nascosto prima, e minimizzato poi, la diffusione del virus ha fatto si che quest’ultimo si diffondesse pericolosamente prima che fossero predisposte le misure di contenimento messe in atto ora.

Il precedente del 2003

Già nel 2003 il governo cinese tentò con ogni mezzo di nascondere la notizia della diffusione del virus della SARS. Il primo caso di paziente infetto, un allevatore del Guangdong, fu registrato nel novembre del 2002.

In quell’occasione, le autorità sanitarie del governo cinese, anziché condurre esami approfonditi sulle cause del decesso, insabbiarono il caso, non comunicando all’Organizzazione Mondiale della Sanità sulla possibilità di un’imminente epidemia.

Fu il Global Public Health Intelligence Network canadese, un sistema di allerta elettronico sviluppato dalla Public Health Agency of Canada, ad analizzare alcuni rapporti che parlavano di un focolaio influenzale in Cina e si premurò, dopo le dovute verifiche, di inviarli all’OMS.

Nel mese di dicembre, l’agenzia dell’ONU chiese chiarimenti alle autorità cinesi, senza, però, ricevere un’adeguata collaborazione.

Fu un medico italiano, Carlo Urbani, il primo a rendersi conto di trovarsi di fronte ad una nuova malattia.

Il 28 febbraio, il medico fu contattato dall’ospedale di Hanoi, in Vietnam, per assistere Johnny Chen, un uomo d’affari americano colpito da una polmonite atipica. Resosi conto di trovarsi di fronte ad un caso del tutto nuovo, lanciò l’allarme all’OMS affinché venissero predisposte adeguate misure di contenimento del virus in tutti i paesi che avevano in cura pazienti con sintomi compatibili con la SARS. Lo stesso Urbani fu infettato dal virus, perdendo la vita pochi giorni dopo.

Solo nell’aprile del 2003 il governo cinese, a seguito delle pressioni internazionali, ammise di non aver riferito di tutti i casi di SARS, motivandoli con mancanze del sistema sanitario cinese, ed ammettendo, indirettamente, di essere responsabile della rapida diffusione del virus.

Le similitudini tra gli eventi del 2003 e quelli di oggi

La situazione attuale, seppur con le dovute distinzioni, sembra ricalcare gli avvenimenti del 2003; anche in questo caso la censura cinese ed il controllo dell’informazione hanno svolto un ruolo determinante nella diffusione del coronavirus.

Come ci ricorda il South China Morning Post, in un articolo a cura di Minxin Pei, professore presso il Claremont McKenna College della California, non è una novità che il governo cerchi di insabbiare tutti gli scandali che possano nuocere alla reputazione del Partito Comunista.

Secondo la ricostruzione di Minxin Pei, il primo caso di coronavirus è stato registrato l’8 dicembre 2019, circa due mesi fa. Il Comune di Wuhan, tuttavia, non ha emesso alcun avviso per mettere in allerta la popolazione.

Questo è accaduto perché, in un primo momento, si è ipotizzato che la trasmissione avvenisse esclusivamente da animale a uomo ed il governo cinese, convinto di poter contenere facilmente la diffusione del virus, ha deliberatamente evitato che la notizia si diffondesse tra i cittadini.

Le autorità, anche quando la popolazione ha iniziato ad avere contezza della situazione, hanno costantemente cercato di minimizzare l’accaduto, ripetendo che non vi erano evidenze che il virus potesse essere trasmesso da uomo a uomo.

La censura sui social network cinesi

Nelle scorse settimane, la censura cinese ha lavorato intensamente per evitare che la notizia si diffondesse sui social network cinesi, onde evitare un danno di immagine.

Sempre secondo quanto riporta il South China Morning Post, in questi giorni sono state condotte analisi sui riferimenti al coronavirus su WeChat, popolare app di messaggistica, utilizzata dai cinesi anche per leggere le notizie, oltre che per molte altre funzioni.

Ebbene i riferimenti all’epidemia sono aumentati significativamente tra il 30 dicembre ed il 4 gennaio, periodo durante il quale le autorità di Wuhan hanno riconosciuto ufficialmente l’esistenza dell’epidemia.

Nei giorni immediatamente successivi, però, tutti i riferimenti sono drasticamente ed immotivatamente diminuiti, salvo registrare un ulteriore aumento l’11 gennaio, giorno in cui è stato segnalata la prima morte. Anche in quell’occasione, la macchina censoria cinese si è messa in moto per eliminare ogni riferimento al coronavirus.

Solo dopo il 20 gennaio, e solo dopo aver registrato 136 nuovi casi a Wuhan, così come in altre province della Cina, il governo ha interrotto l’attività di censura; da quel momento, la notizia dell’epidemia è diventata virale sui social network cinesi.

Il governo ha quindi cambiato strategia: anziché tentare di nascondere la notizia, ha lavorato per accreditarsi di fronte all’opinione pubblica, mettendo in atto misure drastiche per dimostrare quanto seriamente si stia impegnando per contrastare la diffusione del virus. Emblematiche, in questo senso, sono le scelte del governo, come l’isolare totalmente la provincia di Hubei o costruire due ospedali in poche settimane per assistere la popolazione della provincia.

Secondo Minxin Pei, al netto delle evidenti responsabilità del governo, ciò che sconcerta di più è che, verosimilmente, una volta debellato il virus, il Partito Comunista enfatizzerà il suo ruolo determinante nella gestione dell’emergenza per consolidare la propria leadership. La verità, però, è esattamente opposta: il partito è il responsabile di questa calamità, ma passerà alla storia come colui che l’ha risolta, con buona pace dei cittadini di Wuhan e dell’intera Cina.

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