Coronavirus, intervista a due italiani a Shanghai: c’è preoccupazione ma siamo fiduciosi

Coronavirus, intervista a due italiani a Shanghai. Gli occhi del mondo sono puntati su Wuhan, ma come sta vivendo l’emergenza il resto della Cina? Lo abbiamo chiesto a Claudia e Gianluca

Coronavirus, intervista a due italiani a Shanghai

L’epidemia del coronavirus ha oramai monopolizzato l’attenzione pubblica mondiale. Gli aggiornamenti sono costanti e gli occhi di tutto il mondo sono puntati sulla città di Wuhan. Tuttavia, si parla poco della situazione che si vive nel resto del paese.

Abbiamo contattato Claudia e Gianluca, una coppia di italiani che vive a Shanghai da 4 anni, per farci raccontare l’aria che si respira nella grande metropoli, che conta una popolazione di più di 24 milioni di abitanti.

Ancor prima di iniziare l’intervista, ci tengono a ricordare che “l’elemento più sfortunato di questa epidemia è il fatto che abbia coinciso con il periodo del capodanno cinese, l’unico periodo dell’anno in cui tutti i cinesi viaggiano. Milioni di persone lasciano le grandi città in cui lavorano e tornano nei propri luoghi d’origine per trascorrere le feste con le proprie famiglie. Questa immensa migrazione umana, che quest’anno è iniziata a metà gennaio circa, ha fatto sì che il contagio avvenisse in maniera più rapida e diffusa.

Voi vivete a Shanghai, a circa 700 km dalla città di Wuhan. Che clima si respira in città? C’è preoccupazione?

Sicuramente c’è molta preoccupazione mista a ansia generale, tutti vanno a fare scorte di cibo e per strada ci sono molte meno persone rispetto a quello che è il traffico di una metropoli come Shanghai. Pur essendo relativamente lontana dall’epicentro dell’epidemia, Shanghai ad oggi 2 febbraio ha registrato 182 casi, 1 vittima di 88 anni, e 10 persone guarite. Di questi casi, 68 sono persone venute da fuori, altre risiedono a Shanghai hanno contratto il virus dalle prime. Molti di quelli che hanno avuto contatti con persone infette sono in quarantena in attesa di accertamenti. Il governo di Shanghai sta effettuando controlli su tutte le persone venute dallo Hubei (la provincia il cui capoluogo è Wuhan) o con storia di viaggi nello Hubei. C’è da dire che sembra che i più stiano collaborando per contenere il virus, c’è un grande lavoro da parte delle autorità cinesi e grande collaborazione da parte della gente qui. Siamo fiduciosi che il governo di Shanghai riesca a tenere la situazione abbastanza sotto controllo, ma c’è preoccupazione sul possibile aumento dei contagiati dopo il 9, la data del rientro al lavoro dopo questo periodo di autoisolamento.

Le strade di Shanghai sono quasi deserte – video di Caludia e Gianluca

Quali precauzioni state adottando?

Adottiamo le precauzioni consigliate dal governo e dall’OMS: non uscire di casa se non strettamente necessario e indossare la mascherina protettiva quando andiamo fuori (di solito non più di due ore al giorno), lavare spesso le mani, disinfettare periodicamente le superfici della casa e gli oggetti come cellulare, computer etc. Per quanto riguarda la spesa, prima dell’emergenza la facevamo spesso online con consegna direttamente a casa, adesso invece è diventato difficile per via dell’improvviso aumento degli ordini (dato che tutti sono chiusi in casa, fanno la spesa online). Inoltre non ci fidiamo troppo degli standard igienici del fattorino, quindi preferiamo andare direttamente al supermercato, scegliendo però quelli non molto affollati. Ovviamente si evitano i ristoranti e i piatti già pronti. Prima dell’emergenza spesso ordinavamo anche il takeaway a casa, ora invece preferiamo cucinare tutto da soli.

Metropolitane e luoghi di ritrovo sono ancora aperti oppure anche a Shanghai sono stati chiusi i luoghi ad alta concentrazione di persone?

Sono stati chiusi luoghi pubblici in cui possono aggregarsi tante persone quali parchi, musei e altro ma tutti i servizi vitali per il funzionamento della città non sono stati fermati quali ad esempio metropolitana e negozi di alimentari. Ovviamente molti ristoranti chiudono anche per ragioni economiche dato che non c’è domanda. Nessuno va al ristorante o al bar in questi giorni. C’è anche mancanza di personale; infatti la maggior parte dei lavoratori migranti è tornata nei propri luoghi d’origine per il capodanno e non è ancora rientrata in città. Le strade sono quasi deserte e la maggior parte delle persone porta la mascherina. Purtroppo, però, vediamo anche alcune persone senza mascherina e che continuano a sputare a terra, pratica diffusa in Cina. Purtroppo è difficile inculcare delle norme igieniche di base, specialmente tra le persone anziane.

Il governo ha prolungato i giorni di vacanze del capodanno lunare per evitare che il virus si diffonda. Vi è stato comunicato quando potrete tornare a lavoro?

Claudia: Per il momento la fine ufficiale delle vacanze è il 3 febbraio, tuttavia il governo di Shanghai ha suggerito che tutte le aziende non comincino prima del 9, con l’eccezione di quelle che forniscono beni di prima necessità e energia elettrica, acqua, gas etc. Per quanto riguarda la mia azienda, lavoreremo da casa almeno fino al 9.

Gianluca: Si comunica praticamente ogni giorno con il team di lavoro anche perché ci sono processi e servizi che non possono essere sospesi, ci si coordina per continuare a lavorare anche non stando fisicamente in ufficio.

È oramai chiaro che nella prima fase di diffusione del virus il governo cinese ne ha sottostimato la portata e non ha adottato le adeguate misure di prevenzione. Quando avete avuto consapevolezza della gravità della situazione?

Abbiamo letto le prime notizie a fine dicembre, si parlava di una quarantina di casi di una polmonite misteriosa a Wuhan, ma la situazione si è aggravata in modo esponenziale solo dopo il 18 gennaio, e anche l’attenzione mediatica si è spostata sull’epidemia solo dopo quella data. Sicuramente hanno sottovalutato la pericolosità del virus e c’è stato un iter burocratico abbastanza lungo prima di adottare tutta questa serie di misure. Poco prima del 24, giorno del capodanno cinese, abbiamo capito che la situazione poteva diventare incontrollabile, infatti abbiamo cancellato un viaggio interno alla Cina, dovevamo andare a Pechino a trovare un amico. Ciò che importa è che adesso veramente tutti stanno collaborando per fermare l’epidemia.

Come sta prendendo la notizia la popolazione cinese? C’è rabbia nei confronti del governo?

La popolazione ha espresso rabbia nei confronti del governo dello Hubei, e in particolare nei confronti del sindaco di Wuhan, che è stato accusato di non aver saputo gestire la situazione in tempo; girano online anche alcune foto con commenti satirici rivolti al sindaco ed al governatore della provincia, cosa che in Cina si concede di rado. Tuttavia, a sua volta il sindaco di Wuhan ha risposto alle accuse dichiarando di aver riportato immediatamente la situazione al governo centrale di Pechino, ma di aver avuto il permesso di chiudere la città solo il 23 gennaio. Sicuramente hanno dovuto aspettare l’autorizzazione di chi è più in alto in grado, ma, loro malgrado, sono diventati i responsabili da additare per la situazione d’emergenza. Riteniamo probabile che le autorità all’inizio abbiano tentato di nascondere la reale situazione o l’abbiano sottovalutata, forse non rendendosi conto appieno della gravità del contagio.

È molto probabile che il focolaio dell’epidemia sia il mercato di Wuhan. Nei mercati alimentari cinesi è usanza comune stipare in gabbie animali vivi di varie specie, con un evidente problema igienico-sanitario. Credete che quando l’epidemia sarà debellata il governo cinese adotterà provvedimenti per vietare queste pratiche?

Sicuramente il mercato di Wuhan, come tanti altri in Cina, presentava degli evidenti problemi di igiene. Tuttavia, ultimamente ci sono anche teorie che mettono in dubbio che il mercato sia la vera origine della malattia, poiché dei primi 40 contagiati solo 27 avevano frequentato il mercato. Sebbene in Cina la vendita e il consumo di certi animali selvatici sia già illegale, è difficile sradicare del tutto queste pratiche. Chi consuma questi alimenti, lo fa per due motivi: perché ritiene che siano salutari, che rinforzino il corpo, o perché attraverso l’acquisto e il consumo di tali “specialità” vuole fare sfoggio del proprio status sociale. In entrambi i casi, cambiare questa mentalità è difficile. Inoltre, la compravendita di animali selvatici (spesso anche di animali protetti o in via d’estinzione) è un business particolarmente redditizio, visto l’elevato prezzo a cui vengono rivenduti. Un duraturo ed effettivo crackdown su tale business richiederebbe un enorme sforzo da parte del governo, e seppure avvenisse, sarebbe poi difficile a livello locale garantire che ci siano effettivi controlli. Come nel caso del mercato di Wuhan, le autorità locali erano sicuramente a conoscenza delle pratiche illegali che si svolgevano al suo interno, ma nessuno è mai intervenuto per porvi fine. Per ora tutto è stato fermato ma è difficile che questa pratica in futuro sarà debellata del tutto, anche perché nelle campagne c’è poco controllo.

Coronavirus intervista a due italiani a shanghai
I negozi di alimentari sono tra le poche attività ancora aperte – Foto inviata da Claudia e Gianluca

Siete stati contattati dalle autorità italiane o la Farnesina sta concentrando gli sforzi solo nei confronti dei connazionali che vivono nella provincia di Hubei?

Per ora il governo italiano lavora per fare evacuare solo i cittadini italiani presenti nello Hubei, ma siamo aggiornati sulle decisioni della Farnesina.

Avete intenzione di ritornare in Italia o rimarrete in Cina?

Per il momento abbiamo intenzione di rimanere. Il nostro lavoro è qui, non vogliamo abbandonare tutto all’improvviso. Ci sono anche molte persone che stanno rientrando in Cina dall’Italia per lavorare. Ovviamente, se la situazione si aggraverà ancora impedendo del tutto lo svolgimento delle attività quotidiane e di lavoro, allora saremo costretti a rientrare in Italia.

Grazie mille per l’intervista, vi auguriamo buona fortuna!

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