Le Idi di Marzo è una data storica, entrata oramai a far parte del linguaggio comune, che segna una svolta importante della storia di Roma; l’assassinio di Giulio Cesare. Tuttavia l’espressione deriva da un termine latino utilizzato dai romani in riferimento a una data ben precisa: il 15° giorno di marzo, maggio, luglio e ottobre e il 13° giorno di tutti gli altri mesi dell’anno. 

Idi di Marzo, perché si chiamano così? L’origine di una data storica che proviene dal calendario romano

Idi Marzo - Credits: wikipedia
Idi di Marzo – Photo Credits: italianmadhouse.com

La parola Idi deriva da Īdūs, ŭum, sostantivo femminile plurale IV declinazione, e con tale espressione ci si riferiva ai giorni che segnavano il quindicesimo giorno dei mesi di marzo, maggio, luglio, ottobre e il tredicesimo di tutti gli altri mesi. I romani, infatti, non segnavano i giorni in ordine progressivo ma utilizzavano nomi prestabiliti che indicavano periodi fissi.

Le Calende, per esempio, indicavano il primo giorno di ogni mese; molto popolare è la locuzione italiana ”alle calende greche” che deriva dall’espressione latina  ”ad Kalendas Graecas” e ha significato metaforico di mai. La frase è attribuita da Svetonio all’Imperatore Augusto.

«Nelle conversazioni quotidiane utilizzava spesso locuzioni curiose […] come ad esempio quando, per indicare quei debitori che non avrebbero mai pagato, disse che “avrebbero pagato il conto alle Calende greche”»

Svetonio, Augustus, 87

La locuzione ironica ha significato metaforico e indica un’azione che mai accadrà; tale asserzione è dovuta al fatto che nel calendario greco non esistevano le Calende.

Le None, invece, indicavano il quinto e il settimo giorno del mese. Le Idi erano il 13° giorno nei mesi di gennaio, febbraio, aprile, giugno, agosto, settembre, novembre e dicembre; il 15° del mese a marzo, maggio, luglio e ottobre.

La morte di Giulio Cesare avvenuta il 15 marzo del 44 a.C.

La data è diventata un vero e proprio simbolo storico. Il 15 marzo del 44 a.C. Giulio Cesare,  console e dittatore della Repubblica romana, è assassinato con ventitré pugnalate: fra gli assassini alcune celebri personalità del Senato: Bruto e Cassio. L’agguato a Giulio Cesare avviene mentre si trova nel Teatro di Pompeo. Come riportato da Svetonio, è questo il momento in cui Cesare pronuncia la storica frase riferita a Bruto in cui, il console, esprime la sua amara delusione un momento prima di perire:

 «Tu quoque Brute fili mi!»

Il motivo del Cesaricidio si concretizza nel potere che il console aveva conquistato, concentrando su di sé cariche importanti, ma soprattutto ”sgretolando” e svilendo, piano piano, l’autorità del Senato. Alla congiura contro Giulio Cesare partecipano venti senatori: tutti coloro i quali erano custodi della tradizione e respingevano aspramente ogni forma di potere che prevedeva una concentrazione di autorità nelle mani del singolo. Dopo la Guerra Civile avvenuta fra il 49 a.C – 45 a.C, e la vittoria su PompeoCesare assume la carica di dittatore a vita; un episodio che fa temere il Senato, in quanto Cesare sembrava voler mettere ai margini la Repubblica Romana concentrando il totale dominio in un’unica figura.

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