Covid: sei stato a contatto con un positivo? Ecco cosa dovresti fare e cosa spesso non viene fatto

Vista la circolare del Ministero della Salute sulle azioni da compiere in caso si venisse a contatto con un soggetto positivo; proviamo a chiarirla e a capire perché spesso si pecchi di inosservanza

Quarantena o isolamento. Spesso solo tanta confusione

Partiamo così da un caso pratico. Ad inizio settimana squilla il telefono e scopri che un tuo genitore potrebbe essere positivo alla Sars-Cov2. Le parole che non vorresti mai sentire: “Un collega è risultato positivo al test sierologico“. Il vero problema è scoprire che con quello stesso collega si era stati a contato proprio il giorno prima che desse malattia per una “piccola influenza”, rilevatasi probabilmente Covid-19. Da quel momento un briciolo di panico si diffonde nei pensieri; cosa fare? quali sono le procedure, la prevenzione e la salvaguardia di chi, nell’arco di pochi giorni, ci è stato (ed è tuttora) a contatto? Quarantena, isolamento, contenimento fiduciario. Sono alcune procedure standard previste dalla circolare del Ministero della Salute del 12 ottobre. Ma in cosa consistono?

Isolamento

Parliamo intanto di isolamento quando siamo davanti a casi documentati di infezione da Covid. In questo frangente il soggetto non deve per nessun motivo essere esposto a contatti di nessun tipo. Ma basta un solo tampone negativo per essere libero. Se però i test continuassero a risultare positivi, allora basteranno che siano trascorsi 21 giorni per poter tornare alla vita normale. Infatti, secondo gli scienziati dopo tre settimane di isolamento non si è più contagiosi.

Quarantena

Caso diverso e (a mio avviso) più complesso è quello della quarantena. Si, complesso perché qui si sottintende che un soggetto sia venuto a contatto con un caso (anche incerto) di positività al virus. Cerchiamo di fare infatti una piccola differenziazione tra asintomatici e non e, soprattutto, tra test sierologico e nasofaringeo (il tampone). Prima di tutto, come possiamo leggere tra le note dell’Indagine di sieroprevalenza messa in atto da Ministero della Salute:

“Il tampone nasofaringeo è un esame che serve per ricercare il virus e quindi per diagnosticare l’infezione in atto. Mentre il test sierologico permette di individuare la presenza di anticorpi prodotti dal nostro sistema immunitario in risposta al virus e non è dirimente per la diagnosi di infezione in atto, in quanto l’assenza di anticorpi non esclude la possibilità di un’infezione in fase precoce, con relativo rischio che un individuo, pur essendo risultato negativo al test sierologico, risulti contagioso“.

Ciò significa che non si può prendere per buono un sierologico al fine di costatare la positività alla Sars-Cov2. Ma sta di fatto che, a fronte di tale test, il soggetto dovrà comunque sostenere una quarantena fiduciaria per almeno 10 giorni. Stessa cosa vale per i soggetti asintomatici; che potranno comunque tornare alla loro vita trascorso questo tempo e a fronte di un tampone molecolare negativo. Mentre coloro che esprimono sintomi dovranno, oltre ai tempi di quarantena, non avere febbre e tosse per almeno 3 giorni e disporre di un tampone negativo.

Contatto con un positivo e indifferenza

Se quindi si viene a contatto con un soggetto positivo, sia esso anche un parente stretto, la prima cosa da osservare è la quarantena fiduciaria. Per poi, dopo 10 giorni, apprestarsi a fare un sierologico e, in caso di presenza degli anticorpi, trovare la certezza nel molecolare. E in ambito lavorativo? Come ci si comporta? Qui casca il buon senso. In alcuni casi, come quello della telefonata di inizio settimana, ci sono datori di lavoro che, non avendo certezza dei risultati molecolari, obbligano i propri dipendenti a presentarsi in ufficio (nonostante la stretta collaborazione con il “Positivo 1”). Addirittura si prevede per i soggetti asintomatici il regolare svolgimento del lavoro, con tutte le precauzioni sociali (piccoli starnuti vietati – ndr). Indifferenza o buco normativo? E’ logico che in presenza di un’incertezza molecolare non possa venire meno il fattore produttivo. Ma allora che senso hanno quarantene e isolamenti?

Emanuele Battaglia

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