Politica

Crisi di Governo, la Camera ha votato la fiducia al premier Conte, oggi tocca al Senato: la situazione

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La Camera ha votato la fiducia al premier Conte con 321 voti a favore, 259 contrari e 27 astenuti, ottenendo la maggioranza assoluta.

L’esecutivo supera così il primo scoglio, dopo l’abbandono della delegazione di Italia Viva. Domani l’appuntamento decisivo: il voto del Senato. La deputata di Forza Italia, Renata Polverini, ha votato la fiducia al governo Conte e ha annunciato di lasciare FI. Le reazioni Per il segretario del Pd, Zingaretti, la “maggioranza assoluta della Camera è un fatto politico molto importante”, mentre Renzi di Italia Viva parla di “maggioranza risicata”. L’ufficio stampa di IV rende noto che tutti i 27 deputati iscritti a Italia Viva alla Camera si sono astenuti.

Per Crimi (M5s): “Crisi spartiacque. Avanti con chi a cuore l’Italia”. Ex M5S in soccorso del governo. Sono 7 i deputati ex grillini del Misto non iscritti ad alcuna componente che oggi hanno votato la fiducia al governo: si tratta, come si legge dai tabulati, di Piera Aiello, Nadia Aprile, Silvia Benedetti, Rosalba De Giorgi, Alessandra Ermellino, Lorenzo Fioramonti e Raffaele Trano.

“Il voto alla Camera dei deputati dimostra che la maggioranza non ha i numeri e la solidità necessaria per affrontare le sfide che attendono l’Italia”. Così si legge in una nota congiunta del centrodestra La cronaca della giornata Cinquantacinque minuti di discorso per chiedere la fiducia del Parlamento al suo governo. Giuseppe Conte ha svolto le sue comunicazioni alla Camera, è seguito un dibattito (qui il diario della crisi), al termine del quale la seduta è stata sospesa per sanificare l’Aula. E’ seguita la replica del presidente del Consiglio. Quindi, le dichiarazioni di voto e la votazione sulla fiducia.

Il discorso del premier

“All’inizio di questa esperienza di governo – ha detto Conte -, nel 2019, prefigurai un chiaro progetto politico per il Paese. Precisai che il programma non poteva risolversi in una mera elencazione di proposte eterogenee o una sterile sommatoria delle posizioni delle forze di maggioranza. Un’alleanza tra formazioni provenienti da storie, esperienze, culture di diversa estrazione e che in passato si erano confrontate con asprezza, poteva nascere solo su due discriminanti. Il convinto ancoraggio ai valori costituzionali e la solida vocazione europeista del Paese”. “Fin dall’inizio mi sono adoperato perché si delineasse la prospettiva di un disegno riformatore, ampio e coraggioso” per “configurare una nuova stagione riformatrice” basata sulla “sostenibilità, sulla coesione sociale e territoriale, sul pieno sviluppo della persona umana. E ancora oggi “c’è una visione”. “In questi mesi drammatici” della pandemia da Covid “questa maggioranza ha dimostrato grande responsabilità, raggiungendo convergenza di vedute, risolutezza di azione anche nei momenti più difficili”. “Agli inizi 2020” il progetto del governo si è dovuto “misurare con la pandemia che ha sconvolto in profondità la società e la dinamica stessa delle nostre relazioni. Affrontiamo una sfida di portata epocale – ha detto ancora Conte -, si vivono paure primordiali, più spesso conosciute da generazioni del passato. Torniamo a sentirci profondamente fragili, alcune certezze radicate sono state poste in discussione. Ci siamo misurati quotidianamente come mai in passato con scienza e tecniche, con la difficoltà a fornire risposte efficaci e rapide”. “Primi in occidente siamo stati costretti a introdurre misure restrittive dei diritti della persona, operando delicatissimi bilanciamenti dei principi costituzionali”. “Abbiamo operato sempre scelte migliori? Ciascuno esprimerà le proprie valutazioni. Per parte mia – ha spiegato ancora il premier alla Camera – posso dire che il governo ha operato con massimo scrupolo e attenzione per i delicati bilanciamenti anche costituzionali. Se io oggi posso parlare a nome di tutto il governo a testa alta non è per l’arroganza di chi ritiene di non aver commesso errori ma è per la consapevolezza di chi ha operato con tutte le energie fisiche e psichiche per la comunità nazionale”.  “Non avremmo potuto realizzare tutto questo se non ci fossero state condivisione, collaborazione, responsabilità, in ciascuna – ciascuna – forza politica”, ha spiegato Conte elencando le principali misure della legge di bilancio e il decreto semplificazioni. “E’ stato fondamentale anche il senso di responsabilità delle forze opposizione che, pur nella dialettica della politica, hanno contribuito ad affrontare dei passaggi critici. Bisogna darne atto. Avete avanzato anche proposte concrete, qualificanti, alcune delle quali sono state accolte dalle forze di maggioranza”. 

La situazione in Senato

Si parte da 142, si arriva facilmente a 152, quindi con buone probabilità a 157/158. Poi diventa più complesso. Dopo aver superato, come annunciato, lo scoglio di Montecitorio, Giuseppe Conte e il resto del governo si concentrano su Palazzo Madama. E se alla Camera la risoluzione a favore del premier ha incassato la fiducia con la maggioranza assoluta, al Senato la questione è più complicata. Molto dipenderà anche dai senatori presenti, 315 gli eletti e 6 quelli a vita. Il totale fa 321 e quindi per avere la maggioranza assoluta occorrerebbero 161 voti. Il condizionale è d’obbligo: Giorgio Napolitano, per esempio, non partecipa da tempo ai lavori per motivi di salute. Frequenta poco Palazzo Madama anche un altro senatore a vita come Renzo Piano: assenze che chiaramente abbassano il quorum. Come quella di Sandro Biasotti, senatore di Forza Italia che non sarà in Aula per un “grave lutto”, come ha fatto sapere al partito di Silvio Berlusconi. Senza considerare che, col nuovo regolamento che non calcola gli astenuti tra i contrari, al governo basta prendere solo un voto in più rispetto ai No per non essere sfiduciato: passerebbe l’esame del Senato con una maggioranza relativa. Ipotesi, questa, che aprirebbe un dibattito politico ma che darebbe ulteriore tempo all’esecutivo per allargare la maggioranza. Ma andiamo con ordine.

Da qui in poi cominciano gli interrogativi. Nel Misto, infatti, ci sono una serie di ex 5 stelle che decideranno solo all’ultimo cosa fare. Sono Gregorio De FalcoLelio CiampolilloTiziana DragoLuigi Di Marzio Mario Michele Giarrusso. Sono cinque voti che porterebbero il totale dei Sì a Conte a quota 157. C’è poi un’altra ex grillina, Marinella Pacifico, che ha anticipato il suo No ma che rumors di corridoio danno per possibile sorpresa. In questo caso mancherebbero dunque tre/quattro senatori per il quorum (a seconda che sia fissato a 160 o 161): ma si tratta di voti che alla vigilia non ci sono ancora. Bisognerà capire, per esempio, come si comporteranno i 18 senatori di Italia vivaRiccardo Nencini, il socialista che ha consentito a Matteo Renzi di avere il suo gruppo autonomo a Palazzo Madama, è stato il primo a smarcarsi. “Chi ha maggiori responsabilità è chiamato ad esercitarle fuoriuscendo dalla logica dei duellanti e tenendo fermo il richiamo del Presidente della Repubblica. Noi siamo tra i costruttori”, ha detto. Cosa vuol dire? Che voterà a favore o si asterrà come hanno annunciato di fare gli altri renziani? E in Italia viva, alla fine, emergeranno altre posizioni in dissenso con la rottura, come si è ipotizzato nei giorni scorsi? In questo caso, oltre a Nencini, tra i renziani sono almeno quattro senatori dai quali potrebbe arrivare un aiuto alla maggioranza: Leonardo Grimani, Eugenio Comincini, Annamaria Parente, Vincenzo Carbone. Dovrebbero invece votare No tutti gli altri 7 esponenti del gruppo Misto: sono Emma Bonino, i tre di Cambiamo – Massimo Berruti, Gaetano Quagliariello e Paolo Romani – l’ex dem Matteo Richetti e gli ex M5s Gianluigi Paragone e Carlo Martelli. Si aggiungono ai voti dell’opposizione, cioè ai 19 senatori di Fratelli d’Italia, ai 63 della Lega e ai 54 di Forza Italia. Il totale dei voti “contro” farebbe 143. Anche lì è obbligatorio il condizionale: bisognerà capire, infatti, se tutti berlusconiani voteranno tutti contro o se invece qualcuno alla fine scegliera la via dell’astensione.

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