Nella cultura giapponese vige la cosiddetta filosofia Kintsugi. Una filosofia secondo la quale le cicatrici o le crepe non vanno nascoste. Nell’epoca in cui viviamo, quella dei social media, le imperfezioni sono considerate dei veri e propri taboo, in un delirio nevrotico collettivo per la perfezione estetica. Il cinema nel tempo ha raccontato con maestria la cultura asiatica, che piove miracolosa sulle vite dei personaggi più soli o feriti. Lost in Translation (2003), diretto da Sofia Coppola, e Rental Family, il nuovissimo film diretto da Hikari quest’anno, ci danno l’occasione di scoprire come riesca la città di Tokyo ad insegnare all’uomo la preziosità del dolore e dell’apertura all’altro. Scarlett Johansson e Brendan Fresan, i protagonisti dei rispettivi film, con i loro dubbi e i loro dolori, superano la sensazione di essere soli al mondo, ma entrambi con un piccolo, preziosissimo aiuto: l’apertura all’altro.

Rental Family: un percorso di salvezza tra voyerismo e immedesimazione

Tutte le ferite e i dolori non vanno dunque occultati, ma vanno anzi indossati con fierezza. Questo è proprio ciò che impara il protagonista di Rental Family – Nelle Vite degli Altri, il film diretto da Hikari. Philip, interpretato da un magistrale Brendan Frasen, è un uomo americano di mezz’età che vive a Tokyo e che cerca di fare carriera come attore.

Viene ingaggiato inaspettatamente da una società bizzarra ma redditizia. Il lavoro che è chiamato a svolgere è quello di fingersi qualcuno (un finto coniuge, un finto fratello, un finto amante…) nelle vite di chi ne ha bisogno. Questo lavoro gli consente nel tempo di ricoprire ruoli buffi e divertenti ma soprattutto di immergersi nella vita degli altri, uscendo dal guscio della sua solitudine. Quando viene chiamato a fare da finto padre ad una bambina, qualcosa cambia per sempre. L’amicizia e l’empatia sono i giubbotti di salvataggio rispetto alla moltitudine di cui la città di Tokyo di connota. Philip passa dall’osservare con tenero voyerismo le finestre degli altri a vivere concretamente nelle loro vite. Esiste un modo per essere felici, anche tra le strade affollate, anche a Tokyo: conoscersi per riconoscere un volto amico.

Rental Family
Philip, interpretato da Brendan Frasen, in una scena di Rental Family

Lost in Translation: persi nella traduzione, dell’altro e di sè stessi

Sono passati 23 anni dall’uscita del capolavoro di Sofia Coppola Lost In Translation – L’amore tradotto, ma sembra passato un giorno da quando i colori noir del film hanno incantato il pubblico. La seconda opera di Coppola, con protagonista una candida Scarlett Johansson, aveva segnato un vero spartiacque nel cinema contemporaneo. Soprattutto per quanto riguarda il modo in cui il cinema si è reso lo strumento d’indagine della solitudine, con un occhio tanto voyeristico rispetto alla moltitudine, quanto attento a valorizzare la propria individualità.

La protagonista di Lost in Translation, la giovane Charlotte, si ritrova più sola che mai, nell’affollatissima Tokyo, in cui è giunta per accompagnare il fidanzato fotografo alle prese con il suo lavoro. La città, immensa e sconfinata, è lo sfondo delle riflessioni di Charlotte, specialmente dopo aver fatto la piacevole conoscenza di Bob, un uomo più grande di lei con cui scopre una tenerissima intesa.

I due protagonisti in una scena di Lost in Translation

La complicità affettuosa tra i due trasforma la città, da luogo alienante e vertiginoso, ad un meraviglioso teatro urbano, colorato e vivace, tra le cui strade corrono i due personaggi, dal giorno alla notte. L’approssimazione all’altro plasma l’ambiente circostante in modi del tutto inattesi. Sofia Coppola con la sua opera cesella un tassello importante del cinema contemporaneo, capace di far credere nella miracolosità degli imprevisti, e nella connessione autentica fra le anime. La perdizione, con questo film, assume un’aurea quasi religiosa, in quanto presupposto fondamentale per ritrovarsi. La solitudine si fa atto catartico e l’incontro con l’altro lo strumento finale per la conoscenza profonda di sé stessi.

Lo specchio in cui riflettersi in un’era senza vetro

Lo specchio è l’oggetto cruciale del film Rental Family- Nella vite deli altri, come si vede in una scena di cui non sveleremo i dettagli. Il film di Hikari (Mitsuyo Miyazaki) è una commedia brillante, dal tono leggero e ironico, che tuttavia grazie alla narrazione corale, scava a fondo di tematiche complesse universali: il concetto di famiglia, il senso di colpa, la forza interiore, la religione, la morte.

Lost in Translation, invece, con un linguaggio visivo poeticissimo, lavora sulla sottrazione, e rispetto a Rental Family limita la narrazione allo sguardo di Charlotte, in preda all’insonnia dei 20 anni. Dialoghi svuotati e ampie sequenze musicali intessono una tela bianca su cui Charlotte deve ancora scrivere la propria storia. La stessa che probabilmente prende avvio solo a film concluso.

Philip invece, per l’età matura e i dolori affrontati, come quello di non aver avuto un padre, non comincia da zero ma capisce di aver sempre avuto bisogno di affetti sinceri. Il viaggio nella Tokyo del nostro secolo torna ad interrogare le anime sole, spingendole a valorizzarsi.

In entrambi i film il cammino salvifico verso la conoscenza di sé giunge a maturazione e compie un passaggio fondamentale: quello dall’essere spettatori a protagonisti della propria vita, dal catartico voyerismo al senso del sublime percepito nel sentirsi parte del tutto. Nell’epoca alienante e ipermediata in cui viviamo la conoscenza di sé diventa tappa cruciale per riscoprire la bellezza delle connessioni umane. Il cinema ristabilisce così lo specchio al centro, in una società senza più vetro.

Doriana Gatta