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Il cartello pubblicitario Pro Vita è #dallapartedelledonne? Probabilmente no

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Un parere maschile sul cartellone pubblicitario di Milano di Pro Vita & Famiglia. Prenderesti mai del veleno? Così titola un criticissimo cartellone pubblicitario di Milano riportante il logo di Pro Vita & Famiglia. Di cosa parliamo? Di una (delle tante) campagne contro l’aborto, nello specifico contro la pillola abortiva RU486. La donna ritratta nel manifesto è apparentemente priva di conoscenza e con una mela morsicata accanto, un chiaro richiamo al personaggio di Biancaneve; poco sotto di lei l’hashtag #dallapartedelledonne.

Il cartello pubblicitario Pro Vita è #dallapartedelledonne? Probabilmente no
Photo Credits: noisiamoilfuturo.it

#dallapartedelledonne, siamo sicuri?

Una comunicazione così orchestrata è davvero dalla parte delle donne? Partiamo dall’immagine in sé, da “Biancaneve”. Da un punto di vista dei possibili rimandi simbolici essa è certamente un’associazione molto azzeccata, Biancaneve nasce da un desiderio della madre quando, intenta a cucire, pungendosi un dito lascia cadere una goccia di sangue sulla terra innevata. È in quel momento che essa esprime il desiderio di avere una bambina bianca come la neve, rossa come il sangue, e dai capelli neri come il legno della finestra.

Questi tre colori rappresentano alcune delle caratteristiche della principessa Disney: candore (il bianco) e vita (il rosso del sangue) sono molto espliciti, tuttavia il terzo colore, ossia il nero, crea un contrasto di significati. “Spontaneamente” è associabile alla morte (il sonno nel quale cade), ma questa rischia di essere una lettura superficiale, infatti nello specifico quel nero è riferito alla finestra; quale legno è nero? L’ebano, un materiale associato da sempre alla forza, alla durezza e alla resistenza, potremmo addirittura sotto molti punti di vista associarlo alla resilienza stessa. L’immagine del cartellone non rappresenta di certo la resilienza, anzi, dimostra una vulnerabilità associata “squisitamente” all’universo femminile, ritenuto incapace di resistere, incapace di riprendersi dopo un trauma e sempre vittima di forze più grandi, vittima di un destino crudele (la mela).

Ecco rovesciata la simbologia, ecco la critica: questa rappresentazione non è assolutamente dalla parte delle donne, ma solo dalla parte di una visione di femminilità riduttiva e vetusta. #dallapartedelledonne? No!

Il cartello pubblicitario Pro Vita è #dallapartedelledonne? Probabilmente no
Photo Credits: alemontosi.blogspot.com

Parliamo ora di corpo. È ancora così necessario ripetere l’ormai iconico slogan “l’utero è mio e lo gestisco io“? Un diritto tanto faticosamente acquisto, ossia quello di decidere del proprio corpo e della propria vita, è davvero ancora così facilmente messo in discussione?

Anche qui il problema sta in una sottovalutazione di fondo della capacità di una donna di percepirsi. Frasi come quella del cartellone sminuiscono la potenziale (ed effettiva) difficoltà elaborativa che accompagna un evento del genere. Chi giunge ad abortire spontaneamente lo fa alla fine di un percorso di autocoscienza intenso e complesso. La scelta non è mai presa alla leggera, non è mai banale. Non si tratta solo di interrompere una potenziale vita, si tratta di interrompere una potenziale vita “insieme a”, di interrompere una potenziale nuova identità come madre. Non si tratta di una scelta limitata all’ora, all’adesso, al momento puntiforme, ma proiettata verso un futuro al quale si comprende di non poter guardare, dentro il quale non potercisi sentire o immaginare. 

Cosa è più velenosa, la pillola o la società?

Mi spiego, oggi fare un figlio è anche una responsabilità nei confronti dell’intera comunità, soprattutto a causa del sovrappopolamento, dell’inquinamento e della scarsità di risorse; un figlio tra l’altro, rispetto al passato non è più necessario, soprattutto economicamente parlando non si tratta più di un investimento, ma semmai di un mantenimento forzoso. La società civile, soprattutto italiana, nonostante si lamenti del calo delle nascite, sembra troppo spesso dimenticarsi che un bambino ha dei bisogni e che non viviamo nelle favole. Non è forse straordinariamente egoistico generarne uno quando non si può provvedere a mantenerlo? È realmente dignitoso nascere per soffrire? E le gravidanze da stupro?

Potrei continuare con numerosi esempi, ma preferisco giungere al punto, o meglio, a quello che secondo me è un punto fondamentale: una donna incinta non è un attore passivo in balia della sua gravidanza, una donna incinta è certamente immersa fino al collo in una realtà che a volte scopre per la prima volta, è tormentata, ha paura, ha dubbi e timori, ma non è un burattino, non perde e non deve perdere la propria identità, non deve annullarsi ma mantenere il suo posto nel mondo e mantiene le su responsabilità verso gli altri, verso ciò che porta dentro di sé, ma soprattutto verso sé stessa. Ne ha diritto. Chi abortisce non deve mai essere colpevolizzata e neanche compatita, chi abortisce fa una scelta che è sua soltanto, sua e delle persone con le quali decide volontariamente di condividere un percorso di vita che può durare decenni o soltanto tre mesi. Ricordiamoci che anche Biancaneve è stata “desiderata”.

Il giudizio sarà pure “nostro”, ma la vita e il corpo restano e devono restare suoi, della principale protagonista della storia. Solo capendo e adoperandoci per questo potremmo veramente definirci civili. Solo allora saremo realmente #dallapartedelledonne, ma che dico, #dallapartedeidiritti.

Dario Bettati

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Dario Bettati

Laureato in Teorie e Pratiche dell’Antropologia e laureato magistrale in Discipline Etno-Antropologiche. Studioso e appassionato delle “declinazioni” più contemporanee e "Pop" della cultura e della società, divulgatore scientifico, ma soprattutto un grande e grosso NERD.
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