Decision to Leave segna l’attesissimo ritorno sul grande schermo di Park Chan-wook. La penultima fatica del regista sudcoreano, Mademoiselle, infatti, risale al 2016. Un ritorno che è stato celebrato con la vittoria alla Miglior Regia al Festival di Cannes. Finalmente, dopo lunghi mesi di attesa, la pellicola, distribuita da Lucky Red, è sbarcata anche in Italia.
Decision to Leave: rilettura del noir
Decision to Leave parte come un thriller classico: uno zelante detective, Hae-jun, è incaricato di risolvere l’omicidio di un’uomo. Tutti gli indizi sembrano portare alla colpevolezza della moglie dell’uomo, Seo-rae, un’affascinante donna cinese. L’indagine, tuttavia, diventa solo un pretesto per esplorare quella che, a tutti gli effetti, è una storia d’amore tra i due. Il primo atto di Decision to Leave segue gli stilemi classici del noir: Hae-jun, osservando la sospettata, ne diventa ossessionato e se ne innamora. La risoluzione del mistero iniziale avviene nella prima metà del film, creando un senso di attesa e di vuoto nello spettatore, che si chiede: “E ora?”. Decision to Leave è labirintico, enigmatico, ricco di indizi e di sottotrame. Park Chan-wook costella la pellicola di false piste e MacGuffin che servono solamente ad analizzare e sviscerare il rapporto tra Hae-jun e Seo-rae.
Il secondo atto, però, capovolge la prospettiva e si cambia punto di vista. Questa volta l’osservazione parte da Seo-rae, in una dimensione parallela ma speculare a quella del primo atto. Oltre al ribaltamento della narrazione, si ha un ribaltamento anche nello sguardo: il female gaze di Seo-rae ha come oggetto del desiderio il detective. Non è un’osservatrice passiva, ma persegue attivamente il suo scopo e il tentativo di scoprire più dell’uomo. Seo-rae è un personaggio cangiante sia agli occhi di Hae-jun che del pubblico: alle volte sembra un’assassina spietata, altre volte si rimane incantati per la sua ingenuità e dolcezza. La donna è un mistero che rimane tale fino all’ultimo, citandola, rimarrà uno dei tanti casi irrisolti di Hae-jun.
Incomunicabilità: la lingua come espediente
In Decision To Leave la storia d’amore tra i due è platonica, non si consuma (quasi) mai. Eppure l’intensità del sentimento è chiara ad entrambi. Il rapporto si gioca tutto sull’ambiguità: inizialmente non ci sono dichiarazioni dirette dei propri sentimenti, solo ammissioni dell’attrazione reciproca. Hae-jun, infatti, è sposato. Il matrimonio sembra essere apparentemente felice e soddisfacente, ma la sola presenza di Seo-rae basterà per farlo crollare. Anche in questo caso, però, la moglie non ricopre la veste della donna tradita ed abbandonata, ha un ruolo attivo sia nella coppia e che in seguito alla scoperta della relazione extra-coniugale.
Il rapporto tra Hae-jun e Seo-rae è costruito sui non detti e sull’ambiguità delle parole. Park Chan-wook usa la barriera linguistica tra i due come espediente narrativo per rappresentare l’incomunicabilità. Seo-rae usa Google Translator per tradurre dal cinese al coreano le frasi complesse. Si crea, quindi, un tipo di comunicazione non immediata e ritardata dagli ostacoli della lingua. La mediazione della tecnologia diviene fondamentale in un film che, altrimenti, sembrerebbe non avere un’ambientazione temporale ben precisa vista la sua atemporalità ed universalità. Le differenze linguistiche, tuttavia, ambiguamente, non mostrano solo l’incomunicabilità, ma anche la capacità della storia d’amore di trascendere lingue e culture. Lo sforzo linguistico è quindi ambivalente: i due personaggi sono sempre vicini ma non si toccano mai veramente, o, meno cinicamente, riescono a superare gli ostacoli che li dividono in virtù di un sentimento potente?
Un gioco degli opposti: distanza e vicinanza, innocenza e colpa
In Decision To Leave la distanza tra i due è evidente anche nell’approccio fisico: i protagonisti sono sempre vicini ma non sembrano mai incontrarsi per davvero. Il loro sfiorarsi sembra essere sia intimo e delicato (più intimo degli atti sessuali di Hae-jun con la moglie), ma anche ostacolato dal muro dell’indagine. La regia, in tal senso, cerca costantemente di mostrare la vicinanza tra i due, anche quando è mediata dalla tecnologia. Sembra quasi che vogliano essere il più vicini possibile, ma non ci riescano mai o che, comunque, la prossimità non basti e non sia sufficiente. Non è, infatti, un caso che, in una scena, si toccano le mani mentre indossano le manette, come a ricordare che le circostanze eccezionali dell’incontro e dello sviluppo della storia sono comunque scaturite da un crimine.
Il confine tra innocenza e colpa, costante in tutta la poetica di Park, è centrale anche in Decision to Leave. Seo-rae è veramente colpevole? O alcuni dei suoi crimini sono giustificati e dati dalla sua natura fondamentalmente buona? In che misura è colpevole Hae-jun nel momento in cui diventa, di fatto, complice?
La regia e la fotografia in Decision To Leave sono raffinatissime ed impeccabili: la pellicola si destreggia tra l’altezza delle montagne e la profondità imperscrutabile del mare, dimensioni intoccabili e irraggiungibili come i due personaggi. E anche il loro amore, che si sviluppa e termina in due momenti diversi, simboleggia un’ultima cinica verità: siamo soli nella nostra disperazione e nei nostri misteri.
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Carola Crippa





