Decreto Dignità entrato ufficialmente in vigore il 14 luglio, primo atto normativo del governo Lega-M5S.
Tra le novità del Decreto Dignità, sono i contratti a tempo determinato ad esser stati oggetto di profonde modifiche. Sia per quel che riguarda la durata che i rinnovi consentiti.
Un provvedimento che dovrebbe rappresentare il primo passo nella direzione di sconfiggere la precarietà. A questo dovrebbe poi seguire un abbassamento del costo del lavoro per tutelare aziende e lavoratori.

Il tutto con il rischio che la lotta al precariato si trasformi in un boomerang e che porti all’incremento del fenomeno del turnover. È stata rilevata una crescita delle persone che rischiano di restare a casa con la stretta sui contratti a termine. Ed è proprio per questo che le reazioni sono, su tutti i fronti, fortemente critiche.

Chi non ci si aspetta è il vicepresidente del Consiglio dei ministri, Matteo Salvini. Egli diserta il Consiglio e va al Palio di Siena. L’assenza del vicepremier alla riunione è una chiara presa di distanze da un provvedimento che al Carroccio non è mai piaciuto.

Negativo il giudizio di Maurizio Martina: “Dobbiamo dire chiaramente che siamo di fronte a un decreto che ha poca dignità e tanta propaganda. Siamo di fronte a contenuti che non prevedono svolte utili, ma rischiano di peggiorare la situazione”.

L’ex premier, Matteo Renzi, lo definisce “decreto gelosia”. Egli critica duramente l’iniziativa del vicepremier Di Maio. “Il decreto dignità si potrebbe chiamare decreto disoccupazione o del lavoro in nero o ancora decreto gelosia, perché Di Maio è molto geloso della grande visibilità di Salvini”.

Contraria anche Forza Italia. Il governatore della Regione, Giovanni Toti, si è espresso al riguardo: “Molto male il decreto dignità: non trasforma i precari in lavoratori stabili, ma in disoccupati. Per creare occupazione serve crescita, sburocratizzazione e formazione professionale. Così invece le imprese licenzieranno anziché assumere”.

È una bocciatura senza appello quella che arriva dal leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi. “Un milione di contratti che stanno per essere rinnovati ora sono a rischio e per quasi la metà si tratta di giovani”, secondo il quale con il Decreto Dignità ci saranno “più disoccupati e più sfruttati. Non è certo quello che vogliono i giovani del sud senza lavoro. Ma non è neppure quello che si aspettavano le piccole e medie imprese del nord”.
Berlusconi ribadisce: “Secondo le stime, in Italia i contratti regolari a tempo determinato sono 3 milioni, e 3 milioni quelli in nero. Il Decreto Dignità colpisce i primi e finirà con l’aumentare i secondi”.

Il Decreto Dignità va di traverso anche alla Lega Nord. Roberto Maroni boccia la norma che dovrebbe ridare dignità ai lavoratori e che “invece rischia di far scappare le aziende”. Cosa non lo convince? “L’irrigidimento del mercato del lavoro. È giusto combattere la precarietà, ma non bisogna creare le condizioni per favorire il “nero”. Questo decreto, così com’ è, lo fa”.

Sulla stessa lunghezza d’onda Giorgia Meloni: “Se il testo è quello circolato siamo di fronte ad una enorme presa in giro, un impianto marxista che confonde la lotta al precariato con lotta al lavoro e alle imprese”.
“Per settimane abbiamo sentito parlare di abolizione dello spesometro, abolizione del redditometro e abolizione dello split payment”. La Meloni ribatte: “Nel decreto però il redditometro non è abolito, lo spesometro non è abolito e lo split payment è abolito ma solo per i professionisti. Oggi, di fronte alla crisi economica, lavoratore e datore di lavoro sono sullo stesso piano e bisogna fare in modo che insieme lavorino per rendere l’impresa migliore”.

Dure critiche anche da parte dell’UDC. “Il primo grande flop di questo Governo è un provvedimento che cancella con un colpo di spugna 80.000 contratti”. Lo afferma il senatore e presidente Udc, Antonio De Poli.
Antonio De Poli, Udc (Photo Credits: www.lameziaterme.it)“Il Decreto Dignità brucia solo posti di lavoro” aggiunge il segretario nazionale Udc, Lorenzo Cesa.

Le voci che si levano, in sintesi, sono unanimi. Il Decreto Dignità rischia di rivelarsi come l’ennesima beffa ai danni dei lavoratori e delle imprese, per le quali servono interventi più incisivi.
Patrizia Cicconi





