Digital tax, trattative internazionali

A metà dello scorso giugno, gli USA hanno sospeso le trattative in corso presso l’OCSE sul tema della tassazione delle imprese multilocalizzate, ovvero Digital Tax. In particolare, le trattative si sono bloccate sulla questione della tassazione delle compagnie digitali che operano vendendo beni e servizi, e dunque generando valore, senza alcuna presenza fisica o con una presenza fisica minima. Condizione questa che è necessaria, in base alle regole attuali, affinché i profitti di un’impresa possano essere tassati in un paese.

Secondo gli americani, un’imposta specifica sulle grandi imprese del web finisce per essere una discriminazione nei confronti degli Stati Uniti. Per gli Europei, si tratta invece di porre fine a trattamenti di favore che finiscono per penalizzare le imprese concorrenti che pagano interamente le tasse nei vari paesi europei. Un accordo internazionale è quanto mai necessario.

Gli Usa valutaranno il carattere discriminatorio di tali misure unilaterali basandosi sulla Sezione 301 del Trade Act del 1974, che dà al governo la possibilità di rispondere a pratiche scorrette che si ripercuotono negativamente sul commercio statunitense. Si tratta della stessa strategia messa in atto contro la Cina, che ha portato alla tassazione su oltre 360 miliardi di dollari di prodotti cinesi.

Interruzione delle trattative

A metà dello scorso giugno, con una lettera del Segretario al Tesoro americano Steve Mnuchin indirizzata a quattro ministri delle finanze europei (Gualtieri per l’Italia, Le Maire per la Francia, lo spagnolo Montero e l’inglese Sunak), gli USA hanno deciso di sospendere le trattative in corso presso l’OCSE sul tema della tassazione delle imprese multilocalizzate.

Aspettando la conclusione delle trattative, oltre alla Francia anche altri paesi tra cui Italia, Regno Unito e Spagna hanno introdotto (o stanno programmando di farlo) delle digital tax nazionali. Secondo gli americani, operano come un dazio sui servizi forniti dalle grandi imprese digitali statunitensi. Gli USA si dichiarano pronti a rispondere con dazi sui prodotti provenienti da tali paesi.

Proposta dell’Ocse per la digital tax

Essa si articola su due pilastri, uno relativo alla digitalizzazione dell’economia e all’allocazione tra paesi dei relativi diritti fiscali e l’altro riguardante le questioni relative ai BEPS non affrontate nel primo Pilastro (piano d’azione volto a contrastare il trasferimento di utili in Paesi con un sistema fiscale più conveniente oppure l’evasione fiscale da parte di gruppi multinazionali).

Secondo l’OCSE, è quindi necessario un approccio a tutto tondo che riveda le regole di allocazione dei profitti e il modo di identificare la “presenza” di un’impresa e che introduca nuove norme per risolvere i restanti problemi relativi ai BEPS.

Digital Tax (Photo credit should read LIONEL BONAVENTURE/AFP/Getty Images)
Digital Tax
(Photo credit should read LIONEL BONAVENTURE/AFP/Getty Images)

Primo pilastro, il nesso

PRIMO PILASTRO: esso tocca due questioni principali.

  • L’individuazione dei paesi a cui spettano diritti fiscali in base ad un nesso;
  • modalità di allocazione dei profitti tra di essi.

Sono state proposte 3 tipologie di nesso:

  • La partecipazione dei consumatori alla creazione di valore;
  • la presenza di fattori intangibili;
  • significativa presenza economica.

Tutti questi criteri comportano maggiori diritti fiscali per i paesi dove sono localizzati i consumatori nei casi in cui il valore venga creato attraverso la presenza remota.

Il superamento del vincolo della presenza fisica è il punto chiave di rottura. Si adatta alle imprese digitali le quali poggiano sempre meno su organizzazioni materiali nei paesi in cui forniscono beni o servizi.

Primo pilastro, allocazione profitti

Allocare i profitti complessivi di un’impresa multilocalizzata in base ad una formula (detta “apportionment formula”).

L’OCSE ha individuato due versioni possibili.

  • Una è il metodo del “Modified residual profit split” che consiste nell’individuare i profitti “non di routine” di un’impresa e allocare alle giurisdizioni dei consumatori la parte che riflette il valore creato in tali paesi ma non riconosciuto.
  • L’altra è il metodo del “Fractional apportionment”, che usa la stessa logica, ma senza distinguere tra profitti di routine e non.

Il Fondo monetario internazionale ha invece proposto il “Residual Profit Allocation”. Questa soluzione prevede l’allocazione del profitto “normale” alle giurisdizioni di origine delle imprese multilocalizzate in cui hanno luogo le attività che generano il profitto e la ripartizione della quota residua sulla base di una formula.

Secondo pilastro

Il secondo Pilastro è incentrato sulla risoluzione di ulteriori problematiche relative ai BEPS e propone lo sviluppo di due regole:

  • Una regola di inclusione del reddito e una tassa sui pagamenti che erodono la base imponibile.

Esse hanno lo scopo di porre un limite inferiore all’aliquota pagata dalle imprese multilocalizzate sui profitti e sui prezzi di trasferimento. Ciò assicurerebbe che tutto il reddito di una multinazionale sia soggetto a un’aliquota minima. Ridurrà gli incentivi alle pratiche di traslazione dei profitti verso paesi con aliquote molto basse.

  • Impedire in maniera parziale o totale di dedurre dai profitti determinati pagamenti tra imprese collegate o li tassa a meno che essi non siano già sottoposti ad un’aliquota minima.

Lo scopo principale quello di proteggere la giurisdizione di provenienza dell’impresa dalla manipolazione degli scambi infragruppo operati dalle imprese multilocalizzate.

Cosa chiedono gli Usa

L’obbiettivo è quello di giungere ad un accordo multilaterale. Generare maggiore certezza fiscale a livello internazionale, ma opponendosi all’applicazione di tasse specifiche sui servizi digitali. Ritiene infatti che esse abbiano un effetto discriminatorio sugli scambi commerciali statunitensi e non siano coerenti con il corrente sistema internazionale di tassazione. Egli, dunque, suggerisce la possibilità di concedere un porto sicuro alle imprese americane.

Il concetto di “safe harbor” si riferisce ad una situazione in cui imprese che rispettano determinati requisiti (definite “eligible”) possono scegliere di seguire un insieme semplificato di regole o essere dispensate dall’applicazione delle norme generali. Tramite questo concetto, quindi, gli USA hanno voluto proporre un modo per sottrarre le imprese USA alla tassa digitale eventualmente stabilita dagli accordi.

Digital Tax Fonte: google.it
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Fonte: google.it

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