Editoriale

Discorso di Fedez al Concerto del Primo Maggio: libertà effetto domino

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Lasciateci cantare, ma lasciateci anche parlare. Sul palco dell’Auditorium Parco della Musica a Roma, per il concerto del Primo Maggio le hanno suonate tutte (canzoni e parole). Un Primo Maggio come non l’abbiamo mai visto. Ma la malinconia e la tenerezza della musica in pieno clima di pandemia c’entrano solo in parte. Con il discorso di Fedez sull’attacco alla Lega per le obiezioni alla legge Ddl Zan, quello a cui abbiamo assistito ieri sembra un atto politico (contro-politico). Ma per difendere un diritto alla libertà, ne è stato sfidato un altro: quello della parola. E così, nella difesa, la libertà ha creato un effetto domino che ha denudato i limiti del sistema. 

Fedez si è esibito al Concerto del Primo Maggio. Ma se è vero che le parole avvicinano, è stato subito dopo allora che il rapper ci ha richiamato all’ordine. Come una carezza spinosa con una mano, una sberla con l’altra, Fedez ha detto la sua (che è poi quella di chi ha citato) sulla questione controversa della Legge Ddl Zan. Da pochi giorni la Commissione Giustizia del Senato ha calendarizzato la legge contro l’omofobia. Ma prima i blocchi, poi i rinvii e le polemiche e intanto l’ostruzionismo delle forze politiche. Il disegno di legge contro l’omotransfobia non riusciva ad arrivare in Senato. 

Secondo Fedez, questo perché (ironicamente) il Senato fosse troppo occupato in altre priorità. «Ha dovuto discutere dell’etichettatura del vino. La riorganizzazione del Coni. L’indennità di bilinguismo ai poliziotti di Bolzano e il reintegro del vitalizio di Formigoni. Il vitalizio di Formigoni è più importante della tutela dei diritti di tutti e di persone che vengono discriminate fino alla violenza?» sono le parole del cantante sul palco dell’Auditorium, parte di un discorso delicato, struccato da qualsiasi filtro moraleggiante. 

La parola che difende, la parola che accusa

C’è chi da una parte sperava che almeno il Primo Maggio fosse difeso anche dalle critiche difensive. Una matrioska infinita che cerca in ogni caso di stare dalla parte di qualcuno. I lavoratori indubbiamente, se analizziamo l’evento. Eppure, fuori dalla contestualizzazione, il discorso di Fedez voleva irrompere in difesa di qualcun altro. Se fosse adeguata o meno la circostanza, la scelta di fare i nomi ha rotto un muro di silenzi intoccabili. 

Eppure, quello che è stato riportato da Fedez non riguarda solamente gli indifesi per sesso, genere, orientamento sessuale o identità di genere e disabilità. Come un effetto domino, la difesa tocca personalmente Fedez e chi per lui e come lui decide di usare la parola non soltanto per comunicare ma anche per dimostrare. Stando a quanto riportato dal Fatto Quotidiano e da Fedez stesso sul suo profilo social, la Rai avrebbe chiesto al rapper di vedere in anticipo il discorso, in riferimento alla parte relativa al Ddl Zan relativa a chi vi si oppone.  Ne stiamo parlando, per cui questo non è accaduto, ma siamo rimasti tutti (chi più e chi meno, purtroppo) sbigottiti davanti alle “citazioni” della classe dirigente della Lega sui diritti Lgbt. 

“È la prima volta che mi succede di dovere inviare il testo di un mio intervento perché venga sottoposto ad approvazione politica” racconta proprio Fedez. D’altro canto, la Rai ha smentito il rapper sostenendo che è privo di fondamento sostenere che l’azienda abbia chiesto preventivamente i testi degli artisti “per il semplice motivo che è falso, si tratta di una cosa che non è mai avvenuta”. Ma Fedez ci ha messo ben poco a rispondere a questa posizione, con il video postato sul suo profilo Twitter della telefonata registrata tra le parti.

Nè violenza, né malvagità

Quello che ci riguarda, al di là delle specifiche prese di posizione, è con quanta facilità si sia passati dalla difesa dei diritti di una categoria alla difesa dei diritti di espressione. E che questo faccia parte di un protocollo ci dovrebbe fare maggiormente ragionare. Non trovate che sia triste ancora dover “vincere contro il tentativo di censura” in un momento storico in cui si fa ancora polemica sul political correct? La contraddizione stessa del sistema.

Non c’è alcuna critica morale e banale che voglia poi rientrare implicitamente in questi schemi. Il discorso di Fedez è stato un gesto che non soltanto ha scardinato gli ordini, ma ci ha ricordato di quanto (poco) siamo liberi. E oltre la difesa delle persone, ci ha richiamato alla difesa della parola. Che si debba chiamare censura o political correct, che i social oggi debbano aizzare meme sul comunismo improvvisato oppure i titoli debbano seguire la banalizzazione della discriminazione di cui sono accusati Pio e Amedeo, il pensiero rimane la sola difesa. Dalla e per la parola stessa. E come si recitava in una scena di Lenny, di Bob Fosse, è la repressione della parola che ne dà violenza e malvagità. Però questo deve valere per tutto. Oppure due pesi e due misure? Siamo ancora lontani.

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