Donne stalker: quando il reato non ha genere

Il seguente articolo nasce da una riflessione basata su studi e indagini che dimostrano come lo stalking sia un neutral gender-behavior e in quanto tale anche le donne possono ricoprire il ruolo di stalker.

Siamo abituati, purtroppo, a sentir parlare di femminicidio e di violenza sulle donne fin troppo spesso. L’incidenza anziché diminuire sta conoscendo un periodo di aumento, dovuto anche all’attuale reclusione forzata.

La giurisdizione italiana ha varato una legge a tutela e prevenzione della violenza sulle donne, dove il concetto di violenza viene ampliato andando ad assorbire anche tutte le sfumature: non solo quindi l’azione fisica a discapito della donna, ma anche le variabili psicologiche.

Motivo per il quale lo stalking è considerato parte di quella violenza.

La legge di riferimento è la n. 23 del 2009 (mod. 38/09). Il termine stalking ha così assorbito reati precedentemente valutati singolarmente ma che con la nuova legge sono confluiti tutti in un termine onnicomprensivo. Sono compresi: reati di molestie; maltrattamento; ingiurie; minacce; percosse; lesioni e danneggiamento (anche di proprietà private).

La singolarità del reato di stalking, e la sua prerogativa per essere definito tale, è che l’espressione di tali comportamenti persecutori sia continuato nel tempo.

La mia riflessione però ha uno scopo, e un inizio: l’articolo 612 bis.

In questo articolo si parla di violenza di genere dove per genere si intende solo il genere femminile.

Ma se anche le donne potessero ricoprire il ruolo di Stalker?

La riflessione nasce proprio dall’ammissibilità di questa possibilità e dalla sempre più diffusa incidenza della violenza anche nei confronti degli uomini che a quanto è stato detto, non sono menzionati nella legge, quindi non tutelati.

donne stalker
Esito del sondaggio condotto in Italia su un campione di oltre 1000 soggetti.
photocredit: Indagine conoscitiva sulla violenza contro il maschile

Questo perché lo status di vittima è riferito, e riferibile secondo la legge, esclusivamente ad una figura femminile, mentre al genere maschile viene comunemente associato il monopolio della violenza agita, mai subita.

Come se potesse esistere un unico campo d’azione e un unico profilo dello stalker tipo, mentre le casistiche e le indagini dimostrano il contrario.

Violenza di genere: Italia, Europa e approccio gender-neutral

Nonostante l’impegno costante di istituzioni e media nel condannarla, la violenza stessa viene etichettata come violenza di genere dimenticando l’assunto che la violenza è un costrutto ampio e complesso che non prevede distinzioni in ordine al sesso.

La violenza subita dagli uomini, in tutte le sfumature precedentemente citate, viene minimizzata e talvolta è anche soggetto di battute ironiche. L’azione violenta non ha caratteristiche oggettive ma sembra che diventi riprovevole in funzione di chi sia ad agire.

Ma questo sarebbe come dire che la violenza perpetuata da donne sia politically correct. E non è un messaggio corretto da divulgare.

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Sondaggio relativo ad atti persecutori.
photoedit:Indagine conoscitiva sulla violenza contro il maschile

La problematica principale nel raccogliere le informazioni è stato trovarle: in Italia non esistono studi ufficiali sulla violenza maschile. Tutto ciò che sono riuscita a reperire è stato un’indagine ISTAT e alcuni studi “teorici” che non hanno ancora conosciuto un’applicazione pratica in cui l’unica fonte di informazioni è costituita dalle dichiarazioni degli interessati.

Sembra invece che in America, Canada e Australia sia una tematica ampiamente affrontata arrivando a definire la violenza come un gender-neutral behavior: un comportamento che non prevede quindi alcuna distinzione ed è rintracciabile sia negli uomini sia nelle donne tanto che durante le indagini sono stati utilizzati gli stessi sondaggi.

Le differenze emergono per lo più nelle dinamiche: lo stalking agito dagli uomini nella maggioranza dei casi termina in un’azione fisica violenta (omicidio); se perpetuato dalle donne lo stalking è indiretto. Meno visibile data l’assenza di violenza fisica ma non per questo meno pericoloso.

Donne stalker: un diverso punto di vista

Questa tipologia di stalking può includere l’invio di regali, di messaggi costanti e assillanti e l’esclusione dalla vittima dalle sue abitudini attraverso la diffusione di pettegolezzi e diffamazioni (se commesso attraverso l’uso di social network è definito cyberstalking).

Anche il fattore scatenante pare essere lo stesso: è il momento della separazione, della conclusione di una relazione affettiva ad essere caratterizzato da un livello di problematicità elevato. Il movente passionale torva fondamento nella decisione presa dalla vittima di lasciare il partner che si trova nell’incapacità di gestire la frustrazione che ne deriva.

Una volta chiarito, anche se non esaustivamente la questione di similitudine, la domanda è: perché se ne parla poco? ma soprattutto, perché lo stalking nei confronti degli uomini viene sottovalutato?

Il ruolo affidato agli uomini, il sesso forte, è diventato pregiudizievole.

Voglio precisare che l’intenzione non è quella ne di sottovalutare ne di sottostimare ne di minimizzare la violenza subita dalle donne (il numero di casi rimane nettamente superiore). L’obiettivo è di far emergere un punto di vista differente dal solito considerando i casi in cui il ruolo di stalker è ricoperto da una donna.

Ciò che è emerso dalle ricerche è una vera e propria discriminazione maschile influenzata dal ruolo di genere, ossia dalle aspettative che la società nutre verso l’uomo e che obbliga a rispettare. Quel ruolo collegato al concetto di sesso forte che comincia forse a far sentire i suoi lati negativi.

Rappresentazione sociale e ruoli di genere: come mai non riconosciamo le donne stalker

Il ruolo di genere al femminile ha subito certamente cambiamenti negli anni. Si è evoluto, ha conosciuto vittorie e sconfitte ma ha abbattuto barriere, eliminato ostacoli, sebbene la strada da percorrere sia ancora lunga.

Quello maschile è rimasto sostanzialmente invariato, stabile. Sono mutate le condizioni sociali all’interno del quale l’uomo esercita il suo ruolo.

Nonostante il concetto di virilità abbia subito dei cambiamenti e si sia adattato ai mutamenti sociali e ideologici, presuppone comunque una serie di comportamenti: soppressione delle emozioni, il celare la propria fragilità; dimostrare una maggiore sicurezza nei rapporti interpersonali. Caratteristiche che se fossero assenti in un dato soggetto lo farebbero apparire meno virile e quindi meno attraente.

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photocredit:googleimages

Tutto questo è derivato dall’azione corrosiva e manipolatrice dei ruoli di genere che la società affida. Ruoli che includono comportamenti, doveri, responsabilità e aspettative connessi alla condizione sia femminile che maschile oggetto di aspettative sociali.

Su di essi si basano la divisione sessuale del lavoro e l’attribuzione delle responsabilità nella sfera matrimoniale, per esempio. Sono stereotipi che come femministe ci poniamo di voler superare. Ci opponiamo alla polarizzazione di genere, volendo andare oltre i ruoli sociali imposti a uomini e donne. Questo perché l’estremizzazione di uno o dell’altro ruolo perpetua la riproduzione di stereotipi e luoghi comuni negli ambienti sociali: famiglia, gruppo dei pari, scuola.

Motivo per il quale se un uomo confessa una violenza subita viene minimizzata perché il suo ruolo, ciò che la società si aspetta, è che faccia l’uomo.

Articolo di: Claudia Cangianello
Edit: Maria Paola Pizzonia (Rae Mary)

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