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Dove sono adesso i fautori del Take a Knee Movement?

Ingiustizie e comportamenti scorretti da parte delle autorità nei confronti di cittadini afroamericani. Queste le cause principali che scatenarono le proteste da parte di alcuni giocatori di NFL a partire dal 2016. 

I team ricevettero pesanti accuse non solo dal presidente Donald Trump ma anche dai tifosi, i quali trovavano questa protesta “irrispettosa“.

Ancora non è stato trovato un accordo tra l’NFLPA (l’associazione dei giocatori) e la lega, anche se la strada più percorribile è quella del “restare nello spogliatoio“, anziché protestare durante l’inno nazionale.

Se così non dovesse essere, i team si vedranno costretti a pagare pesanti sanzioni e, di conseguenza, potrebbero anche decidere di tagliare fuori dalla squadra il giocatore in questione.

Ma che fine hanno fatto i fautori della protesta?

Colin Kaepernick, ex San Francsico 49ers

L’ex quarterback ha citato in giudizio l’NFL dopo aver deciso di rescindere il proprio contratto con i 49ers.

Secondo quanto riferito dallo stesso quarterback, l’NFL avrebbe “fatto di tutto” per impedirgli di trovare un nuovo team. Tuttavia, sia i Denver Broncos che i Seahawks sembravano essere interessati ad offrire un contratto al giocatore durante il periodo in cui era senza squadra.

Adesso pare stia dedicandosi all’attivismo sociale, continuando comunque a portare avanti la protesta fuori dal campo di gioco.

Ha anche lanciato una campagna in collaborazione con Nike, la quale si è rivelata un successo (incremento delle vendite del 31%):

Jeremy Lane, ex Seattle Seahawks

Durante l’ultima partita di preseason del 2016 contro i Raiders, Lane decise di protestare rifiutandosi di restare in piedi durante l’inno nazionale. Ai giornalisti dichiarò: “Continuerò su questa strada finché giustizia non sarà fatta“.

Dopo la stagione 2017, il 9 marzo 2018 i Seahawks hanno deciso di rilasciare il cornerback.

Brandon Marshall, Denver Broncos

Marshall e Kaeprnick sono stati compagni di squadra durante il periodo universitario, presso i Nevada Wolf Pack

Prima dell’inizio del primo match della regular season 2016, il linebacker si inginocchiò durante l’inno nazionale. 
Poco tempo prima dell’inizio della stagione aveva firmato un prolungamento contrattuale di quattro anni. 
Attualmente è il linebacker titolare.

Marcus Peters, ex Kansas City Chiefs

Nel 2018 i Chiefs hanno deciso di scambiarlo con i Los Angeles Rams
Nel 2016, il cornerback alzò il pugno durante l’inno nazionale in segno di protesta.

Malcolm Jenkins, Philadelphia Eagles

Nel settembre del 2017, Jenkins scrisse un articolo sul Washington Post intitolato What protesting NFL players like me want to do next nel quale scriveva: 

Un anno fa, sono stato tra i giocatori di NFL che hanno iniziato a manifestare contro le ingiustizie nel nostro paese. Adesso, i nostri sforzi hanno incluso anche altri giocatori e team del campionato perché insieme crediamo nell’uguaglianza e nella giustizia. Tutto questo è importante per il progresso. 

Crediamo che il nostro Paese possa fare meglio – che possa essere migliore. 

Ho sentito persone dire che io e i miei compagni siamo contro l’America e contro la nostra patria. Al contrario, noi vogliamo rendere grande l’America e contribuire a farla diventare più sicura. Vogliamo giustizia e uguaglianza.

Nelle ultime stagioni, Jenkins ha inoltre contribuito ai successi degli Eagles, vincendo l’ultimo Super Bowl contro i Patriots. 

Seth DeValve, Cleveland Browns

Un anno dopo l’inizio del Take a Knee Movement, il 21 agosto 2017 durante un match di preseason dei Browns, DeValve diventa il primo giocatore “non afroamericano” a protestare durante l’inno nazionale. 

Per lui, quest’anno sarà la terza stagione in NFL.

Michael Bennett, Philadelphia Eagles

Bennett è attualmente al fianco degli Eagles dopo essere stato scambiato dai Seahawks in cambio di una scelta al settimo round del prossimo draft. 

Scelse di unirsi alla protesta nel 2017.

Eric Reid, ex San Francisco 49ers

Reid era compagno di squadra di Kaepernick nei 49ers ed è stato rilasciato dal team nel 2017. Molto spesso appare pubblicamente al fianco dell’ex quarterback.

Nel maggio del 2018, anche lui ha accusato Trump di aver fatto pressioni sui proprietari dei team affinché non potesse continuare la sua carriera da professionista a causa della sua protesta.

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Antonio Campana 

 

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