Forse la relazione più tormentata e poeticamente struggente del Novecento. O forse, soltanto una sceneggiata di due istrioni, due eccentriche maschere pubbliche che hanno fatto per davvero della loro vita un’opera d’arte. Da un lato, il poeta vate dell’Italia primo-novecentesca, il comandante dell’Impresa di Fiume, l’eroe del volo su Vienna, esteta decadente, epicureo ai limiti della sregolatezza. Dall’altro, la sacerdotessa dell’arte scenica, l’attrice tragica per eccellenza, ammirata da Stanislavskij come da Charlie Chaplin; in una parola, la Divina. Lui la chiama Ghisola, forse per possederla anche linguisticamente. Lei, con semplice sincerità: amatissimo, Gabri, vita mia. Questa è la storia della passione tra Eleonora Duse e Gabriele D’Annunzio, per come è deflagrata nelle loro lettere, e per come si è spenta nella decadenza e nel silenzio.

La devozione nelle lettere di Eleonora Duse

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“O grande amatrice!” Un esordio già pirotecnico quello del giovane Gabriele D’Annunzio, allora smaliziato cronista mondano della Tribuna. La Duse era appena morta di tisi sulle assi del teatro Valle in uno splendido allestimento de La signora delle Camelie e si stava avviando verso il camerino, quando il giovane affascinante dandy abruzzese, con già tre opere all’attivo, l’apostrofa dalla penombra.

È solo il preludio di una tempestosa relazione decennale che avrà il suo vero inizio nell’incontro del 1894, all’hotel Danieli a Venezia. I due sono costretti a separarsi presto: lui deve tornare a Pescara, lei è reclamata dal pubblico europeo delle sue tournées. “Vedo il sole”, scrisse Eleonora Duse nel primo biglietto per Gabriele d’Annunzio, definendo quel loro incontro come “un incantesimo solare”. I rapporti di forza si invertono, perché il dio d’amore è un dio capriccioso: adesso è Eleonora a cercare Gabriele, a patire per lui, ad accettare ogni umiliazione, come quando il Vate le preferirà l’acerrima rivale Sarah Bernardt per la messinscena de La Città Morta. O come quando, nel Fuoco, spiattella i segreti della loro intimità, e la decadenza fisica dell’amata, all’intero pubblico europeo, che a dire il vero non bramava altro.

«Perdonami anche questo – gli scrive Eleonora – cioè di sentire solamente la mia gioia quando ti sono vicina, poiché gioia io a te non so darne. Io sono la tua poveretta. Ma il genio quale sei tu… Ahimè so bene che l’artista che esegue l’opera d’arte non è l’opera d’arte». Quando lui la lascia nel silenzio è come se le togliesse l’ossigeno: «Tutta una settimana son rimasta come fossi sott’acqua».

Non sappiamo con certezza quale malia abbia trascinato la più grande attrice europea nella devozione verso un poeta tutto sommato ancora poco conosciuto: quasi tutte le lettere vergate da D’Annunzio sono state bruciate, da lei o dai suoi eredi, quasi contenessero una formula magica da non divulgare. Possiamo solo immaginare che sia stata parente della stessa malia che ha soggiogato mezza Europa nel mito del superomismo. Gli perdono di avermi sfruttata, rovinata, umiliata. Gli perdono tutto, perché ho amato.

La rottura e la devozione postuma di D’Annunzio

L’unica lettera di D’Annunzio sopravvissuta al fuoco della Duse è datata 17 luglio del 1904. La storia tra loro si era da poco conclusa. L’attrice, da lì a pochi anni, avrebbe preso anche una lunga pausa dal teatro. Ma nelle parole di D’Annunzio c’è sempre e solo… D’Annunzio:

«Il bisogno imperioso della vita violenta – della vita carnale, del piacere, del pericolo fisico, dell’allegrezza – mi hanno tratto lontano. E tu – che talvolta ti sei commossa fino alle lacrime dinanzi a un mio movimento istintivo come ti commuovi dinanzi alla fame di un animale o dinanzi allo sforzo d’una pianta per superare un muro triste tu puoi farmi onta di questo bisogno?».

D’Annunzio conservò al Vittoriale degli Italiani un busto raffigurante il volto di Eleonora, per il quale ebbe un vero e proprio culto. Il poeta chiamava la statua “testimone velata” e la copriva appunto con un velo quando si dedicava alla scrittura: Eleonora non doveva guardarlo mentre lavorava. Eppure la statua era stata posta dal poeta stesso nell’Officina del Vittoriale, ossia la stanza dedita alla scrittura. Questa schizofrenia liturgica e assolutamente disancorata dalla realtà è la controprova della visione dannunziana di un amore idealizzato, di cui a farne le spese è proprio Eleonora, innalzata su un piedistallo che non aveva mai chiesto: “Nessuna donna mi ha mai amato come Ghisola, né prima, né dopo”. L’immagine e i doni dell’amata assunsero poteri magici e taumaturgici, come quei due smeraldi che il poeta portò incastonati all’indice della mano sinistra perché lo proteggessero dalla morte in guerra.

E infine, Ghisola morì, nel corso dell’ultima tournée statunitense. E forse un lampo di lucidità, amarezza e -strano a dirsi- umiltà, irruppe nella mente del Vate, che pare abbia commentato: «È morta quella che non meritai».

Lorenzo La Rovere