Elezioni in Siria: c’è un nuovo Parlamento, ma restano i soliti vecchi equilibri. Le elezioni siriane di domenica hanno confermato ciò che molti osservatori si aspettavano: il nuovo parlamento siriano sarà composto quasi interamente da uomini musulmani sunniti, molti dei quali ex combattenti delle milizie che hanno rovesciato Bashar al Assad nel dicembre 2024. Le donne e i rappresentanti delle minoranze restano eccezioni: appena sei donne e una decina di deputati appartenenti a comunità non sunnite.

Si tratta delle prime elezioni dopo la fine della dittatura di Assad, e sono avvenute in un contesto estremamente limitato: solo 6mila persone hanno potuto votare, su una popolazione di circa 25 milioni.

Un voto “controllato”… Siamo sorprese?

Il nuovo sistema elettorale, ideato dal governo di Ahmed al Sharaa, prevede che solo chi è stato ammesso ai cosiddetti “consigli elettorali locali” possa candidarsi o votare. In teoria, questi consigli dovevano includere almeno un quinto di donne, ma per la selezione finale non esistevano quote: il risultato è stato che nelle liste elettorali sono rimasti quasi solo uomini sunniti.

Inoltre, il voto non è stato organizzato in alcune aree chiave del Paese, come quelle a maggioranza curda e drusa, ancora fuori dal pieno controllo del governo. I 21 seggi previsti per queste regioni resteranno vacanti.

Minoranze escluse e la promessa (incerta) di bilanciare i seggi per queste elezioni in Siria

Per correggere il disequilibrio, la legge prevede che il presidente al Sharaa possa nominare direttamente un terzo dei 210 deputati entro due settimane. Ufficialmente, questo potere dovrebbe servire a garantire la rappresentanza di donne e minoranze — ma molti dubitano che accadrà davvero.

Al Sharaa, ex leader del gruppo jihadista Hayat Tahrir al Sham, oggi si presenta come un moderato, ma la sua storia politica resta ambigua. In passato aveva legami diretti con al Qaida e lo Stato Islamico. Le minoranze siriane, in particolare i curdi e i drusi, temono che la nuova classe dirigente (espressione quasi esclusiva delle milizie sunnite vincitrici) possa adottare politiche discriminatorie, riproducendo in forme diverse la logica di esclusione del regime precedente.

Le ferite aperte: violenze settarie e sospetto reciproco

Negli ultimi mesi, anche dopo la caduta di Assad, il Paese è rimasto attraversato da scontri etnico-religiosi. Milizie sunnite vicine al governo si sono rese responsabili di violenze contro gli alawiti nella provincia di Latakia, e contro i drusi nel sud, vicino a Damasco e a Suweyda.

Molti membri delle comunità non sunnite hanno boicottato le elezioni, temendo che partecipare avrebbe significato legittimare un potere che non li rappresenta.

Abbiamo scelto il silenzio per non diventare comparse di un copione già scritto.

ha raccontato all’Associated Press un candidato cristiano della regione di Homs.

Il parlamento siriano: un laboratorio fragile

Nonostante i limiti, alcuni osservatori locali vedono nelle elezioni un segno di apprendimento politico.
Abdullah al Hafi, direttore della Local Administration Councils Unit, ha spiegato che

la gente sta imparando il funzionamento della politica e delle alleanze.

Molte aree che per anni erano rimaste fuori dal controllo di Assad stanno ora tentando di ricostruire una forma di governance civile, seppur minima. Il nuovo parlamento resterà in carica per trenta mesi e avrà poteri limitati, in attesa di una Costituzione definitiva. Il suo compito principale sarà definire le regole per future elezioni a suffragio universale — se e quando la Siria riuscirà davvero a garantire un voto libero.

Le elezioni siriane non segnano la nascita di una democrazia, ma piuttosto la transizione imperfetta di un Paese esausto, che tenta di riscrivere la propria identità dopo quindici anni di guerra e un regime dinastico durato mezzo secolo. Il rischio è che, sotto nuove bandiere, riaffiori la stessa logica di sempre: quella di una maggioranza armata che definisce la rappresentanza politica in base alla forza, e non al consenso.

Maria Paola Pizzonia