Cultura

ENERGY NEVER SLEEPS – PROLOGO

ENERGY NEVER SLEEPS – PROLOGO

    Mattia richiuse il cassetto del registratore di cassa, soddisfatto dei guadagni della serata. Aveva passato le ore precedenti a rimbalzare senza sosta dal bancone ai tavoli. Non vedeva l’ora di buttarsi a letto. Con passo quieto uscì dal locale e si piantò in mezzo alla strada. Lanciò rapide occhiate a destra e a sinistra. La via si era spopolata. Mancava poco alla chiusura e, siccome gli ultimi clienti lo avevano abbandonato da mezz’ora e in giro non si vedeva un’anima, decise di iniziare a pulire. Perlomeno non avrebbe fatto tutto all’ultimo minuto, ritardando il meritato riposo. Rientrato nel bar, lo sguardo si posò casualmente sul vetro affisso alla parete destra, che era stato decorato dalle ditate di qualche avventore ineducato. La lastra trasparente proteggeva una bacheca sulla quale stavano appese delle fotografie il cui soggetto principale era sempre Mattia: era presente più di un’immagine che lo ritraeva esultante su un podio; in una coccolava un go kart verniciato di rosso e grigio; in un altro paio stringeva fra le mani delle coppe; in altre ancora lo si vedeva in azione al volante.

Aveva scelto di esporre quelle immagini soprattutto affinché si potesse rompere il ghiaccio con i nuovi clienti senza sfruttare i soliti terribili discorsi di circostanza. Chi per la prima volta varcava la soglia del luogo e notava le foto di solito chiedeva informazioni a riguardo con viva curiosità, poiché riconosceva nel giovane pilota il barman. Mattia allora iniziava a narrare l’avventura ventennale nel mondo dei go kart, ricordando il passato con una punta di nostalgia. Raccontava però solo ciò che voleva lui. Tralasciava sempre la parte in cui avrebbe dovuto confessare che, nonostante al tempo il suo nome fosse stato accompagnato da una discreta fama, ottenuta in seguito alle vittorie brucianti in più di una competizione, non era mai andato oltre il campionato regionale. La sua guida spregiudicata e aggressiva era esaltata persino dagli avversari con discorsi di sincera ed entusiastica ammirazione, senza lusinghe fasulle. Lui incassava i complimenti stringendosi nelle spalle e accettando le lodi con un sorriso imbarazzato. Non credeva di meritarsi tutte quelle attenzioni. Gli elogi a profusione non gli avevano mai tolto dalla testa la convinzione di essere una mezza tacca.

La scarsa autostima l’aveva portato verso il baratro una carriera promettente, costringendo Mattia a militare solamente in tornei minori. In quel modo era stato tenuto lontano dagli alti livelli, dato che tutte le volte che si era trovato di fronte al modulo di iscrizione per il campionato nazionale la considerazione quasi nulla di sé gli aveva impedito di fare il salto di qualità. Poi un giorno – a trentasette anni – aveva deciso di ritirarsi senza preavviso, proprio quando avrebbe potuto avere ancora qualche possibilità, seppur remota, di incidere le proprie gesta nella storia dello sport. Forse era stato davvero un pilota mediocre, una meteora sfolgorante che passa nel cielo per un attimo, prima di consumarsi e sparire per sempre. Mattia rimuginava quotidianamente sui suoi trascorsi e anche quella sera, mentre tirava nuovamente a lucido la superficie vitrea, ebbe modo di rifletterci.

A lavoro ultimato rimase per un attimo incantato di fronte ai propri trionfi. Sospirò, pensando a quanto fosse esaltante correre in pista. <<Ormai è andata>> disse fra sé, riprendendosi dal momento di malinconia. Congedatosi dal mondo delle corse, Mattia non era rimasto con le mani in mano e l’anno successivo al ritiro aveva investito nell’apertura di un cocktail bar in una delle vie del centro città. Sebbene non trascorresse un giorno senza che i ricordi – impossibile arginarli – riaffiorassero, lui non si era mai pentito della scelta. Poteva dirsi ben più che gratificato dal risultato raggiunto dalla sua creatura, che nel giro di soli quattro anni era diventata una meta imprescindibile per chiunque volesse gustare un buon drink corroborante.

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Gen2 Cockpit – Photo Credit: fiaformulae.com

    Mattia era sempre stato affascinato dalla meticolosità che stava dietro alla preparazione di un cocktail e dalle movenze sinuose dei barman, che agivano con rapidità e grazia per accontentare le richieste dei clienti. Per questo motivo, sin da quando era ancora un pilota, aveva passato il tempo lontano dalla pista a documentarsi e studiare, così da costruirsi un’ampia cultura sugli alcolici e sulle loro possibili miscelazioni. Eppure – per quanto potesse risultare incredibile, vista la passione che coltivava – Mattia era astemio. Ed era un problema serio, dato che non aveva modo di sincerarsi del gusto delle creazioni e apportare loro eventuali modifiche.

Di sicuro senza suo fratello non sarebbe andato lontano. Grande amante degli alcolici, come dimostrato dalla collezione di bottiglie pregiate che teneva sottochiave nel salotto di casa, con giudizi precisi e puntuali aveva aiutato Mattia ad affinare le sue abilità fino a raggiungere la perfezione. Sempre il fratello aveva poi diretto gli incoraggiamenti di amici e parenti, che avevano esercitato pressioni per far sì che Mattia si decidesse una volta per tutte ad aprire un locale dove mettere effettivamente a frutto le conoscenze acquisite da autodidatta; così avrebbe potuto esprimere appieno la sua bravura e la sua competenza, altrimenti confinate fra le mura domestiche. L’insegna che campeggiava al di sopra dell’ingresso del cocktail bar riportava la scritta The Sip, traduzione inglese dell’italiano Il Sorso. Era un nome scontatissimo e banale, ma Mattia aveva ritenuto che l’anglicismo avrebbe sortito l’effetto di attirare i clienti come falene su una lampada alogena. Le previsioni di mercato si erano rivelate corrette, soprattutto per quanto riguardava una determinata tipologia di bevitori che Mattia aveva da subito amato alla follia: ricalcavano lo stereotipo del riccastro superbo, considerati il modo in cui squadravano tutto e tutti dall’alto in basso, la cadenza stanca della voce e l’immancabile doppiopetto con foulard annodato al collo. Mentre sorseggiavano i loro drink, questi tizi sparavano commenti come dei fini intenditori per farsi belli agli occhi dei propri compagni di bevute.

Dalla postazione di comando dietro al bancone, Mattia tendeva le orecchie e origliava. Se la spassava ad ascoltare il comico involontario di turno sbandierare con sicumera le conoscenze totalmente erronee in materia di alcolici; gli concedeva di parlare e se la rideva sotto i baffi senza correggerlo, lasciando che l’ostentazione di ignoranza continuasse ad intrattenere gli astanti che pendevano dalle labbra del mediocre e impreparato oratore. Ma la scelta del nome del locale non rispondeva solo a mere logiche economiche. L’aveva chiamato così perché il sorso sarebbe stata la sola azione che lui avrebbe compiuto con i cocktail ultimati. Non poteva certo tenere il fratello sotto il bancone, quindi Mattia aveva imparato quantomeno a fare un microscopico assaggio per sincerarsi che le dosi utilizzate fossero corrette. Un tempo sarà stato anche astemio, ma non avrebbe mai potuto gestire un cocktail bar se non si fosse sforzato di provare la bevanda prima di servirla. E poi, tutto sommato i sapori dei mix che creava gli piacevano, soprattutto quelli a base di gin, ma non abbastanza da diventarne un irriducibile consumatore.

Mattia nel frattempo, dopo aver sistemato i tavolini, aveva notato che il mescal non si trovava nella posizione corretta. Lo raddrizzò per mettere nuovamente in mostra l’etichetta in modo chiaro. Dopo un’occhiata fugace scambiata con la larva sul fondo della bottiglia, si era messo a svuotare la lavastoviglie. Tutto intento com’era nel riporre i bicchieri sui ripiani, non si rese conto della presenza alle sue spalle che lo osservava senza proferire parola. Si accorse di lui solamente a lavoro finito, quando si girò e i due si trovarono faccia a faccia. <<Buonasera, dottore>> esordì il nuovo arrivato. Mattia trasecolò.

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Ad Diriyah eprix – Photo Credit: a cura di Angelo Balzaretti – Greengyne

    <<Ma sei scemo? Mi pare di averti già detto di metterti un campanellino per gatti al collo>> L’uomo sorrise divertito e prese posto su uno dei sei sgabelli in legno che stavano davanti al lungo bancone d’ebano. Mattia aveva fatto quella scelta di arredamento appositamente per invogliare la gente a sedersi lì e parlare con lui. Gli piaceva stare a sentire gli avventori, ma non perché volesse essere il supporto che li avrebbe aiutati a recuperare il benessere mentale perduto, bensì perché sperava di trovare qualcuno affetto da problemi peggiori dei suoi. E diamine, quanti ne aveva conosciuti. L’esistenza di parecchi individui lo aveva rassicurato: la sua autostima non era poi a livelli così infimi come pensava. Ma senza ombra di dubbio Antonio non rientrava nella categoria dei disgraziati. Sagace, ciarliero, con la battuta sempre pronta e per nulla propenso a lasciare l’ultima parola a chicchessia. <<Come andiamo?>> continuò, tamburellando le mani sul bancone seguendo il ritmo della musica soffusa. <<Non mi lamento. Tu?>> <<Tutto sommato, direi bene>> Antonio era uno degli abituali. Frequentava il posto sin dal giorno dell’inaugurazione e passava dal bar tutte le volte che poteva, anche solo per un saluto.

C’erano poi delle settimane in cui non si faceva vedere, a causa di non meglio precisati <<impegni lavorativi>>. Lamentarsi del proprio lavoro era una regola fissa per le altre persone, mentre Antonio sfuggiva alla prassi: se parlava della propria occupazione non si sbottonava mai troppo; rimaneva tutto ammantato da un’aura di ambiguità e segretezza. Ragione per cui non si era mai capito quale fosse il suo impiego. Mattia si dispiaceva quando attendeva invano l’incontro serale, perché per lui era molto divertente ascoltare Antonio. Anche se una volta che iniziava a parlare era praticamente impossibile fermarlo, si poteva stare sicuri che non ci si sarebbe annoiati: aveva sempre in serbo qualcosa da raccontare e possedeva l’innata capacità di rendere interessante anche il più sciocco degli argomenti che tirava fuori dal cilindro. Tanto bastava per essere ben voluto da Mattia, che con lui aveva instaurato un buon rapporto di confidenza.

Non lo definiva propriamente un amico, ma era di certo una persona con cui avrebbe speso volentieri il proprio tempo libero. <<Cosa posso offrirti?>> <<Veramente dovrei darmi una regolata>> si batté i palmi sul ventre che, come la pelle tesa di una grancassa, restituì un rimbombo cupo. Effettivamente la pancia di Antonio si era gonfiata a vista d’occhio nell’ultimo mese, mantenendo però compostezza granitica. <<Sono passato giusto per fare due parole>> <<Ti dispiace se finisco di mettere a posto le cose qui dietro mentre parli?>> Antonio rispose con un’alzata di mano, come a dirgli di procedere senza problemi. Si mise a seguire il barman a vista, in silenzio, mentre con i polpastrelli si stirava le estremità dei fulvi baffi a manubrio. Dal nulla pose una domanda singolare. <<Hai mai sentito parlare della Formula E?>> <<Non mi pare. È una categoria minore della Formula 1?>> chiese il barman, chino sulla lavastoviglie per scaricarla un’ennesima volta. <<No, per niente. È un campionato a sé rispetto alla Formula 1. La sola cosa più o meno uguale è la sagoma delle auto. Però la particolarità è che si guidano monoposto elettriche>> Mattia si girò verso Antonio e inarcò un sopracciglio. L’idea gli suonava strana. <<Posso capire la perplessità, ma sono sicuro che tu possa comprendere meglio di altri. Sai com’è, hai vissuto la pista in prima persona…ma adesso ti spiego>> Antonio trasse un bel respiro e continuò.

ENERGY NEVER SLEEPS - PROLOGO Felipe Massa
Felipe Massa durante i test di Valencia – Photo Credit: Enrica Pagani – Greengyne

    <<Il campionato di Formula E è stato pensato sulla base di un semplice concetto: avere un campionato di automobilismo alternativo, dove le vetture partecipanti avrebbero sfruttato energie diverse dai combustibili fossili. Non sto a spiegarti tutto per filo e per segno, ma per farla breve diciamo che è una forma di intrattenimento con annessa sensibilizzazione sul tema dell’inquinamento…ed è stato creato in primo luogo per la gente comune, trovando così un modo per accostarla alla problematica delle fonti di energia non rinnovabili…ah, giusto. Quasi me ne dimenticavo: visto che ci si rivolge a persone di qualsiasi età, è la gara che va dagli spettatori, non il contrario. E qui viene il bello: la Formula E non ha autodromi dedicati. Il percorso quindi si snoda solamente lungo strade cittadine>> Mattia piantò a metà quello che stava facendo e si mise ad ascoltare, lisciandosi il pizzetto brizzolato.

Bastò quella frase affinché la diffidenza lasciasse il posto alla curiosità. Antonio si compiacque di averlo finalmente preso all’amo. Si sistemò i grandi occhiali quadrati. La mossa andava sempre a braccetto con il naso che si arricciava e gli occhi ravvicinati che sbattevano un paio di volte. Poi riprese a parlare. <<Ovviamente, come per ogni novità, anche qui c’è uno stuolo di detrattori. Tutta gente che vede la Formula E come una copia malriuscita delle competizioni automobilistiche esistenti. Ma se sono arrivati già alla quinta edizione, qualcosa dovrà pur significare>> Antonio si infervorò e cominciò a gesticolare come un ossesso. La questione gli stava evidentemente a cuore. <<Chiariamoci: posso anche capire che uno si esalti all’idea di vedere una macchina lanciata a quasi 400km/h, ma non venite a dirmi che nella Formula E l’adrenalina manca per una semplice questione di velocità diversa. È ovvio che con una batteria regolata sui 200kW non puoi andare più in là dei 250km/h, ma almeno si rimane più volentieri a vedere una gara. Cazzo, qui il pilota che è in prima posizione può essere recuperato, i testa a testa fra le auto sono sul filo del rasoio…mica come nella Formula 1, dove puoi salutare per sempre quello che è in testa e rivederlo solo a gara terminata>> Antonio riprese fiato dopo la filippica e aggiunse un’ultima considerazione.

<<A meno che non si schianti prima>> Mattia ghignò all’ironia macabra. <<Be’, quindi? Cosa ne pensi?>> lo incalzò Antonio. <<Non so, non è che tu mi abbia detto poi molto. Se devo dare un giudizio a pelle ti dico che sembra interessante>> <<Già. Dovresti vedere una gara per avere il quadro completo. Che ne dici se ti porto con me?>> <<Non saprei. Vediamo>> disse Mattia titubante. <<Ma dai, non farti pregare. Offro io>> Mattia si passò una mano fra i capelli curati e si grattò la nuca, esprimendo disagio. <<Non lo so. Così, su due piedi non…>> <<E se ti piace questa potrebbe essere un’occasione per rispolverare il tuo tocco magico e tornare alla ribalta come pilota di Formula E. Tanto lo so che ti tieni allenato: tutte le domeniche vai a correre da solo con il tuo vecchio go kart. Pensa ai titoli sui giornali: Il grande ritorno della leggenda vivente Mattia Rusconi>> Mattia rise di gusto. <<Ma piantala un po’. Ne stai dicendo di grosse. E poi, anche se dovessi ritornare, nessuno si ricorderebbe di me>>

Sebastien Buemi Gen 2 ENERGY NEVER SLEEPS - PROLOGO
Sebastien Buemi – Photo Credit: Angelo Balzaretti – GREENGYNE

    <<Allora forgeremo il tuo mito da zero. Non mi dire che non ti manca impugnare un volante e premere sull’acceleratore senza mai staccare il piede da lì, alzarlo solo quando si è tagliato il traguardo, mentre gli avversari sono stati costretti ad ammirare il tuo alettone per tutto il corso della gara>> Per la seconda volta nello stesso giorno Mattia fu condotto attraverso i propri ricordi. Tutte le cose elencate da Antonio gli mancavano eccome, ma ormai non erano più parte della sua vita. <<È vero. Sarebbe bello>> Un lampo di speranza attraversò lo sguardo di Antonio. Mattia se ne avvide e si chiese perché mai quel cinquantaseienne calvo tenesse così tanto ad un pilota la cui promettente carriera era ormai stata sepolta. <<Però ora come ora non…>> <<Bene, perfetto. Allora ci vediamo. Buona serata>> Antonio si congedò sorridendo, senza neanche fargli finire la frase. Forse un’altra persona avrebbe pensato che era stato un colloquio bizzarro. Non Mattia. In fin dei conti i modi sbrigativi e spicci, così come i discorsi lasciati in sospeso, erano propri di Antonio. Impossibile credere che ci fosse sotto qualcosa di losco. Mattia terminò di rassettare e a mezzanotte in punto stava chiudendo a chiave la porta del locale. Non fece in tempo a raggiungere la bicicletta che qualcosa lo colpì alla nuca. La vista si annebbiò e cadde in avanti. Spuntarono quattro braccia a sorreggerlo, prima che la faccia si ritrovasse impastata sull’asfalto. Mattia fece appena in tempo a sentire una voce che intimava a qualcuno di portarlo in fretta alla macchina parcheggiata nel vicolo lì vicino. Poi più nulla.

CONTINUA…

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