Abbiamo intervistato sulle pagine di Metropolitan Magazine Italia Marzio Innocenti, ex capitano della nazionale e Presidente del Comitato Regionale Veneto della FIR. Ecco cosa ci ha raccontato: dai ricordi della prima Coppa del Mondo fino alla sua candidatura per la presidenza federale.

Dalle emozioni della prima coppa del Mondo fino ai progetti futuri e alla candidatura alla presidenza nelle prossime elezioni federali. Quattro titoli italiani, tutti vinti con il Petrarca Padova, 42 Caps in Nazionale e la prima Coppa del Mondo nel 1987 vissuta da capitano. Da 7 anni alla guida del Comitato Veneto della Federazione Italiana Rugby. Questo è Marzio Innocenti, un’icona del nostro rugby, simbolo di uno sport fino a quel momento orgogliosamente di nicchia che sul finire degli anni ‘80 si stava finalmente aprendo al mondo. 

Dopo una vita di battaglie sul campo, da dirigente è ora nuovamente pronto a battersi per dare una svolta al movimento rugbystico italiano. Candidato alla presidenza federale dopo aver sfiorato di pochi punti percentuali il testa a testa con l’attuale numero uno Alfredo Gavazzi alle ultime elezioni, la sua è una visione chiara rispetto ai punti fondamentali per invertire la china che da tempo vede le nostre squadre soffrire sia a livello di club che di Nazionale. Ecco cosa ci ha raccontato.

Marzio Innocenti, il primo capitano azzurro in una Coppa del Mondo. Quali erano le sensazioni in quei giorni, e quali i ricordi legati soprattutto alla partita di debutto contro gli All Blacks?

“Passano gli anni ma è un ricordo ovviamente ancora molto bello. Noi abbiamo inaugurato il Mondiale a abbiamo assaggiato per primi cosa voleva dire affrontare gli All Blacks in quel torneo. E’ stata una partita difficile, dura, ma è stato comunque un momento indelebile.Quella prima Coppa del Mondo resterà a suo modo un unicum, tutto era nuovo, e tutto era ancora ammantato di quell’aspetto romantico che non sarebbe più tornato nelle edizioni successive. Non voglio dire fosse peggio o meglio, ma a quei tempi il rugby era ancora uno sport pioneristico e dilettantistico e quello spirito era chiaramente percepibile ovunque. Certamente quell’edizione non era sui livelli tecnici d’oggi, però sicuramente tra tutte le squadre e con gli organizzatori c’era una sorta di cameratismo che oggi non è più pensabile. Era un rugby diverso”.

Marzio Innocenti
Maglia di Marzio Innocenti, 1987 – prima Coppa del Mondo – credit: Metropolitan Magazine Italia

C’è qualche rammarico da parte vostra per quell’edizione 1987?

“L’unico rammarico veramente importante è il fatto che purtroppo siamo usciti alla fase a gironi per una meta. Abbiamo battuto chi ai quarti di finale ci è andato al posto nostro, cioè le Figi. Avessimo centrato quell’obiettivo sarebbe cambiata veramente la storia del rugby italiano. Perché nel prosieguo non avemmo incrociato squadre di prima fascia come la Nuova Zelanda, ma avversari più abbordabili. Ed invece, la meta fatta a 10 minuti dalla fine dal tallonatore figiano ci ha messo fuori, o forse ancor di più la meta presa dall’Argentina a tempo ormai scaduto. L’unico rimpianto è questo, perché poi devo dire che è stato tutto bello: anche il fatto di essere stati spazzati via dagli All Blacks alla prima, ha costruito in tutti noi giocatori uno spirito di squadra che ci ha permesso di sfiorare la vittoria con l’Argentina e di battere le Figi. Da questo punto di vista, devo dirti che quel Mondiale è stato quindi davvero indimenticabile. Come esperienza umana una delle più formative della mia vita: partire in una condizione psicologica di difficoltà assoluta e venirne fuori così bene credo sia una di quelle cose che ti forgiano il carattere indelebilmente”.

Highlights di Italia-Argentina nella coppa del Mondo 1987 con le mete di Marzio Innocenti e Cutitta – canale youtube Paolo Montanari

Dopo 32 anni da quella prima, storica edizione, com’è cambiato oggi il rugby?

“Il rugby è cambiato tantissimo semplicemente perché è diventato uno sport professionistico, essendoci in questo i pro e i contro. Sicuramente ci sono delle qualità superiori dal punto di vista della prestanza fisica degli atleti, ed uno studio tattico molto più avanzato da parte degli staff. Devo dire però che abbiamo perso un po’ di spontaneità e divertimento. Anche se, ci tengo a dirlo, nell’ultimo Mondiale mi sono divertito perché ho visto le squadre giocare con la voglia di esplorare strade diverse”.

Le è piaciuta la Nazionale di Conor O’Shea?

“Piaciuta è una parola grossa, però per esperienza personale so benissimo quanto sia difficile e complicato il rugby internazionale. Credo che la Nazionale italiana, con quelle che sono le attuali condizioni del nostro movimento, abbia fatto probabilmente il massimo che poteva. Io direi un’edizione da archiviare senza infamia e senza lode”.

Cosa si può e si deve fare per far crescere in modo sostanziale questo sport in Italia?

“Io la verità in tasca non ce l’ho, ovviamente, però sono l’unico che ha ufficializzato da tempo la sua candidatura alle prossime elezioni federali, sulla base di idee molto chiare. Penso che il punto di partenza imprescindibile per impostare una crescita reale, stabile e sostenibile del nostro movimento sia riportare al centro dell’interesse e degli investimenti federali le nostre radici, i nostri club, i nostri territori. I prossimi 4 anni dovranno essere focalizzati sul tornare a far crescere il movimento di base, in particolare attraverso i Comitati Regionali, che devono essere potenziati sia finanziariamente che strutturalmente, e tramite questi innescare la crescita qualitativa dei nostri club. Non parlo di quantità, parlo di qualità. Il cambiamento vero lo si otterrà solo con un intervento mirato all’area dei club, di tutti i club, da quelli più grandi a quelli più piccoli, e per far questo ci vogliono risorse. Dove ricavarle? Rivedendo i criteri di ripartizione del budget federale sulla base di una strategia complessiva che tenga conto di questa priorità, evitando di spendere soldi laddove non è necessario e riducendo l’impegno in quegli ambiti che possono sostenersi con più autonomia, quindi convogliandole sui territori tramite la regia coordinata dei Comitati Regionali”.

Quindi ci sono le risorse economiche?

“Le risorse economiche ci sono, occorre razionalizzarne l’utilizzo. La FIR ha degli impegni internazionali che non possiamo assolutamente eludere, abbiamo una squadra nazionale che è il nostro principale traino e che certamente non va indebolita in termini di investimenti. Abbiamo però anche due squadre nel campionato celtico di Pro 14 che assorbono molte risorse, una è la Benetton Treviso – che spende in parte i suoi soldi ed in parte viene sostenuta dalla Federazione – e l’altra, le Zebre con sede a Parma, che purtroppo non è autosufficiente e di conseguenza pesa interamente sul bilancio federale. Da lì possono essere recuperate delle cifre importanti, da reinvestire poi sui territori”.

Marzio Innocenti
Marzio Innocenti con la maglia della nazionale – credit: ItalRugby

Quanto la creazione delle franchigie e delle accademie ha portato al movimento?

“Il progetto delle accademie è di fatto ormai ridotto all’osso e non ha dato neanche lontanamente i risultati attesi. A vent’anni dalla sua nascita e dopo le enormi risorse impiegate, soltanto 9 dei giocatori convocati in Nazionale all’ultimo Mondiale avevano fatto parte del sistema accademico, e questo testimonia plasticamente il suo sostanziale fallimento. In questo momento ci sono ancora quattro accademie, e francamente questo sistema di gestione dei nostri atleti non sembra più essere attuale, specie nei territori dove le accademie hanno attualmente sede, laddove per il nostro sistema formativo sarebbe molto più proficuo e funzionale investire direttamente sulla qualità tecnica ed organizzativa dei club. Diverso il discorso in territori dove il rugby, per vari motivi tra cui una politica federale completamente sbagliata, è meno capillarizzato: lì sì hanno senso le accademie, come perno di un sistema integrato con le società e con il Comitato Regionale”.

Marzio Innocenti; una candidatura senza Pronti al Cambiamento?

Pronti al Cambiamento è stata una bellissima esperienza che a causa di una brusca deviazione nel suo percorso fa ora parte del mio passato. Se me ne sono andato è perché non sono stati rispettati i suoi principi fondativi: faccio politica rugbystica, e questo comporta il doversi confrontare con compromessi ed equilibri sottili, però questo per quanto mi riguarda non deve mai tradursi nel prestarsi a strani giri o pseudo-alleanze con chiunque. Vincere a tutti i costi non ha senso, o lo si fa per i principi in cui si crede, oppure non ne vale la pena. Pronti al cambiamento è un’altra cosa adesso, chi lo gestisce dica cosa vuole fare per il movimento”.

Quali sono i punti del programma della sua candidatura?

“Rafforzare i comitati regionali per permettere di migliorare la struttura dei nostri club, la gestione delle franchigie. Secondo me le franchigie dovrebbero essere dati a chi oltre il contributo federale può essere auto sufficiente. Da li bisogna recuperare i soldi. Credo che la federazione debba fare un bando pubblico e vedere chi vuole e chi può andare in Pro 14. Un altro punto fondamentale è il rilancio del rugby al sud va fatto con dei finanziamenti che permettono di aiutare l’impiantistica perché al sud è fondamentale quello e che abbiano un progetto tecnico importante di formazione permanente dei giocatori. Io francamente in 4 anni di mandato non posso dire di migliorare la situazione dei risultati ad altissimo livello. Io credo che l’obbiettivo è il 2027. Invece è molto più ragionevole pensare in 4 anni di rilanciare il rugby al Sud”.

E’ importante ampliare la conoscenza generale del Rugby in Italia?

“La conoscenza del rugby si fa attraverso una attività dei media a livello nazionale e ci serve qualcosa che ci traini come ad esempio i risultati della nazionale o delle franchigie. La conoscenza del rugby passa attraverso quello. Quando Tomba vinceva erano tutti sciatori in Italia. Credo che l’attività della federazione al momento sia quella di sostenere i club al sud, di potenziare i comitati regionali e fare attività di assistenza e selezione ai migliori talenti che ci sono”.

Cosa pensa dell’ARIA (Arbitri Rugby Italiani Associati)?

“L’autonomia del settore arbitrale è una cosa che c’è in tutte le federazioni, non è che gli arbitri del calcio sono sottoposti al controllo della federazione. Gli arbitri del calcio sono hanno una struttura autonoma che lavora in collaborazione con la federazione. Non c’è nulla di strano ed è perfettamente la mia idea su come va gestito il settore arbitrale. Il settore arbitrale deve essere autonomo, collegato alla federazione che ovviamente lo finanzia e deve avere un rapporto strettissimo per la gestione tecnica con i campionati. La cambieremo. Sono favorevole ad una struttura autonoma. Autonomo non vuol dire però contro la federazione, autonoma vuol dire nella struttura e nella gestione dei suoi associati ma strettamente legata alla gestione tecnica dei campionati”.

Lei se riuscirà a vincere le elezioni del 2020 molto probabilmente ci sarà un nuovo allenatore sulla panchina della nazionale, scelto dal Presidente Gavazzi che avrà una linea diversa rispetto la sua

“Io non ho linee dal punto di vista tecnico nel senso che se faccio il presidente federale la parte tecnica non la gestisco io e non la indirizzo io, sono un organo politico che controllerà la situazione. La gestione tecnica è dei tecnici. Sono però dell’idea che il tecnico della nazionale può essere di qualsiasi nazionalità ma la gestione della nazionale deve essere italiana. Noi siamo italiani e noi dobbiamo gestire la nostra struttura sia tecnica che della nazionale. L’allenatore della nazionale francamente è l’ultimo dei mie problemi perché in questo momento la nazionale la potrebbe allenare chiunque e i risultati sarebbero all’incirca sempre quasi gli stessi. Non sono d’accordo con il presidente federale sul fatto che lui vuole spendere molti soldi per l’allenatore della nazionale. Spenderei meno possibile. Non è quello che ci cambia la situazione. Spenderei più soldi su uno staff che permetta di formare i tecnici, li si che spenderemo molti soldi. Sull’allenatore anche no”.

Il Top 12 vive un periodo di non attrazione. Come riportare interesse su questo campionato?

“Per riportare interesse bisogna riportare le società a fare dei campionati dal punto di vista tecnico avvincenti che secondo me un pochino sta migliorando. Credo che un’altra cosa fondamentale che la maggior parte dei giocatori provengono dal territorio e questo ha sempre creato interesse. Ridurre il numero degli stranieri in modo tale che le società si possono concentrare su uno o due nomi di altissimo livello e che possono anche richiamare un giocatore a fine carriera ma che possono portare interesse”.

I Club a livello finanziario fanno comunque fatica nel reperire risorse

“I soldi in Italia non li trova quasi più nessuno nello sport, questo perché lo sport sponsorizzato si sta restringendo sempre di più. Il compito della federazione non può essere quello di finanziare i club. Quello che può fare la federazione attraverso i regolamenti di diminuire il peso economico. Se nel regolamento riduco il numero degli stranieri, che sono il maggior peso dei soldi che se ne vanno, è evidente che ti aiuto pur mantenendo un equità sportiva a ridurre il peso del tuo bilancio. Un’altra cosa che deve fare è migliorare l’interesse del rugby in modo tale che poi si possano reperire risorse sul territorio”.

Molti ragazzi non riescono a concentrarsi sullo sport perché studiano e non vivono da professionisti

Ecco cosa ci dice Marzio Innocenti: Lo sport professionistico è per pochi e quelli che vogliono fare i professionisti devono prendere una decisione ben precisa. Il nostro compito morale è quello di incoraggiarli a essere dei buoni cittadini e crearsi delle situazioni lavorative corrette sia per loro che per la loro famiglia. Quindi è meglio che studino. Quei pochi che hanno le qualità e vogliono fare i professionisti dovranno essere inseriti in un sistema professionistico che potrebbe essere una franchigia solo per giocatori italiani under 20 che sotto un certo allenati da uno staff di alto livello che gli permettano di crescere. Gli altri è bene che facciano un campionato di buon livello ma che gli permetta di costruirsi un futuro”.

Ringraziamo Marzio Innocenti per l’intervista rilasciata a Metropolitan Magazine italia.

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