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Essere Mike Flanagan nell’era dell’horror televisivo

Nelle lamentele generali sull’appiattimento delle narrazioni Netflix sfugge sempre di citare i lavori Mike Flanagan che con la piattaforma c’ha messo una firma e che costituisce una contraddizione interna alle sue policy. Flanagan non è certo sconosciuto nel mercato cinematografico (regista di pellicole horror come Ouija e Doctor Sleep), ma è nella collaborazione con Netflix che, da spettatori, abbiamo compreso tutto il suo potenziale, ovvero attraverso le tre produzioni che si annoverano nella library: The Haunting of Hill House (seguita da Bly Manor), Midnight Mass e, infine, Midnight Club.

The Midnight Club, piccoli brividi per la GenZ

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La penna di Flanagan è feroce e non risparmia nessuno e ogni prodotto ha svelato un tassello in un universo inedito al pubblico mainstream, questo perché nel panorama seriale autori come Ryan Murphy e Brad Falchuk hanno presentato serie tv horror sempre più patinate che hanno, infine, saturato e snaturato il genere stesso. Tuttavia, i prodotti di Flanagan partono da una domanda semplice: quale miglior genere per addentrarsi nelle più infime paure dell’uomo, dell’umanità? Ed è, infine, quello che decide di fare con i suoi prodotti, in cui diversità, vita, morte, malattia e dipendenza non fanno paura in quanto escamotage per arrivare al jump scare finale, ma è nella loro interrogazione, nella loro messa in discussione, nel loro dramma che viene creato il terrore, una paura sorda che viaggia su binari inafferrabili dell’umano agire consapevole. The Midnight Club è un’evoluzione contemporanea di Piccoli Brividi, la serie tv basata sui romanzi di R.L. Stine che chiunque nato negli anni a cavallo tra i due millenni conosce e che ha segnato l’iconografia di un’intera generazione. Mike Flanagan prende le vibes di Piccoli Brividi e le immette nella narrazione del romanzo di Pike Christopher, producendo una di quelle strane eccezioni in cui l’audiovisivo supera la carta stampata.

La superiorità di The Midnight Club (serie tv) deriva dal genio del suo showrunner, bravissimo nel saper coniugare esigenze di target e i suoi interessi personali: il risultato ribalta le aspettative e le retrosie relative al genere e alla piattaforma Netflix. The Midnight Club racconta di adolescenti a cui è stata diagnosticata una malattia terminale, ma si lascia alle spalle tutte le narrazioni similari antecedenti; la serie si spoglia di ogni retorica sull’argomento e fa male perché si rende realistica nella sua spietatezza, perché Flanagan iscrive sulle labbra dei suoi personaggi parole che appartengono alla loro generazione e che, proprio in quell’età, affrontano argomenti difficilissimi che riguardano la morte, la sofferenza, la speranza, l’amore e la paura di svanire nel nulla.

Il caso di The Midnight Club è interessante sotto molteplici punti di vista e io ho cercato di criticarlo, ma mi riesce malissimo perché per quanto possa essere deprezzata rimane una serie di grande spessore nella deriva anonima della macchina Netflix. In questa retorica però è bene ricordarsi che le stesse piattaforme digitali nella smania di produrre permettono la creazione di piccoli capolavori in cui si lascia la libertà creativa all’artista che li scrive. Ed è stato il caso di Flanagan che nel piccolo schermo ha trovato la dimensione ideale in cui lasciarsi trasportare ed essere trasportato; infatti, nei suoi lavori è evidente il connubio tra esigenze produttive e passione, divertimento. Quindi probabilmente sta anche agli autori e alle autrici sviluppare la capacità di aggirare i vincoli creativi posti in essere dalla piattaforma e riuscire, infine, a dare pieno appagamento alle proprie opere. Sia chiaro che io penso che questa sia un’impresa sovraumana, molto difficile da attuare, per cui finisco per non condannare mai davvero nessuno, tuttavia è bene interrogarsi sul perché alcune narrazioni trovano spazio e altre si perdono nell’abisso patinato dei grandi nomi.

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Non ci è dato ancora sapere se The Midnight Club riuscirà ad avere una seconda stagione, Flanagan ha dichiarato su TVLine:

«Probabilmente non sapremo per un altro mese o giù di lì cosa vuole fare Netflix, ma The Midnight Club è stato pensato per continuare. Pike ha 80 romanzi, perciò ci troviamo in possesso di parecchio materiale a cui attingere. Non abbiamo risposto ad alcune delle più grandi domande della stagione. Quelle risposte esistono, ma le abbiamo riservate per il prossimo capitolo. Se non ci sarà, le rivelerò su Twitter, così almeno avremo modo di parlarne.

Almeno il buon cuore di Mike ci risparmierà la lettura di ottanta romanzi per cercare di dare un significato finale alle storie raccontate nella serie ma, a prescindere dalle aspettative e dalle speranze, sappiamo che Flanagan rimane uno degli autori migliori degli ultimi anni e che lavorerà ancora per regalarci storie terribili, nel senso più dolce che ci potete trovare.

Benedetta Vicanolo

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