Ogni volta che un prodotto culturale mette al centro il corpo femminile, il dibattito va subito oltre la storia raccontata, fino a toccare questioni di libertà, morale, desiderio e potere. È quasi inevitabile. Ed è successo ancora con Euphoria 3 dove, già dalla prima puntata uscita il 12 aprile, il corpo di una donna diventa centro dell’inquadratura e, per questo, superficie di conflitto e terreno fertile per le polemiche.

Quando la provocazione smette di essere sovversiva

Fin dal suo esordio, Euphoria ha costruito il suo successo su un’estetica della provocazione: droghe, sesso, relazioni estreme, identità in crisi. Un linguaggio pensato per raccontare una generazione abituata a contenuti sempre più espliciti. L’intenzione dichiarata era riflettere sulla società ed i suoi cambiamenti, ma nel 2026 questo tipo di provocazione non produce più automaticamente un effetto sovversivo.

La nuova stagione vede i protagonisti lasciare il liceo e confrontarsi con le ambiguità dell’età adulta. Diverse storyline femminili ruotano attorno forme di sex work o di auto-esposizione digitale del corpo. Una scelta che appare coerente con l’universo della serie, ma proprio questa coerenza apre una domanda più scomoda: quando la rappresentazione della mercificazione diventa così centrale, sta davvero criticando il problema o rischia di riproporlo?

I personaggi in Euphoria 3 restano moralmente ambigui, e le loro scelte sono coerenti con il loro passato. Tuttavia, proprio questa continuità rende meno chiaro il confine tra racconto critico e ripetizione delle stesse immagini che si vorrebbero mettere in discussione. La serie prova a raccontare una tempo – il nostro – in cui il corpo diventa una risorsa economica e un mezzo per ottenere attenzione. Ma resta il dubbio: è possibile criticare questo sistema usando lo stesso tipo di immagini che da sempre lo alimentano? Il rischio è che la donna continui a essere mostrata soprattutto come oggetto di desiderio, più che come soggetto con un proprio sguardo.

Quindi, si tratta davvero di una critica come dichiara lo stesso regista, oppure di una forma più sofisticata per rendere queste immagini ancora più accettabili — e di conseguenza ancora più vendibili?

Euphoria 3 ed il confronto con il female gaze

Il dibattito si concentra in particolare su Sydney Sweeney, il cui corpo è ancora una volta al centro della narrazione. La vediamo esporsi su piattaforme più esplicite come Only Fans, ma anche su TikTok o Instagram. Una scelta coerente con la storia del suo personaggio, Cassie, ma che si inserisce anche in un contesto mediatico in cui l’attenzione è una risorsa preziosa. L’insistenza su un’attrice già molto discussa pubblicamente contribuisce inevitabilmente ad attirare curiosità e visibilità. Il punto non riguarda l’attrice in sé né dove la sua storia andrà a finire, ma il modo in cui le serie contemporanee intrecciano racconto e promozione, utilizzando ciò che genera attenzione anche all’interno della storia.

Il confronto con Heated Rivalry rende questa differenza ancora più evidente. La serie, tratta da un romanzo scritto da una donna e perciò associata al female gaze, mette in scena una relazione tra due uomini attraverso una sessualità esplicita, che però raramente viene percepita come degradante. Il corpo maschile qui diventa uno spazio di vulnerabilità e conoscenza reciproca. La sessualità non serve solo a mostrare, ma a raccontare emozioni e trasformazioni interiori. L’esposizione del corpo non coincide automaticamente con la sua riduzione a oggetto.

Il confronto tra le due produzioni ha portato alcuni osservatori a parlare di doppio standard. Se la sessualizzazione del corpo maschile viene percepita come innovativa o liberatoria, perché quella del corpo femminile continua a generare disagio?

La storia delle immagini conta ancora

La risposta non può prescindere dalla storia delle immagini. Per secoli il corpo femminile è stato costruito come superficie di proiezione del desiderio maschile, secondo quella dinamica che la teorica del cinema Laura Mulvey ha definito male gaze. Attraverso uno sguardo maschile, la donna diventa “oggetto” passivo del desiderio, funzionale al piacere visivo maschile. Anche quando una serie prova a criticare questo modello, il rischio è che l’uso delle stesse immagini finisca per rafforzarlo.

In un contesto in cui l’attenzione è moneta, anche la denuncia può diventare parte del meccanismo che vorrebbe smontare. Quando anche la critica ha bisogno delle stesse immagini per essere vista, il confine tra racconto e promozione diventa sempre più sottile.

Serve avere più cura, soprattutto per una generazione sempre più consapevole delle immagini che guarda.

Camilla Golia

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