Vent’anni di guerra, un regime talebano al potere e una crisi umanitaria senza fine: nonostante questo, venti paesi in Europa chiedono a Bruxelles di facilitare i rimpatri dei cittadini afghani.

L’Europa che si vantava di aver “liberato” l’Afghanistan oggi vuole rimandare indietro chi da quella guerra è fuggito. In una lettera indirizzata al commissario europeo per gli affari interni e la migrazione Magnus Brunner, venti paesi dell’Unione (tra cui Italia, Germania e Austria) hanno chiesto alla Commissione di facilitare i rimpatri dei richiedenti asilo afghani, nonostante il paese sia sotto il controllo dei taliban dal 2021.

Guidata dalla ministra belga per l’asilo Anneleen Van Bossuyt, l’iniziativa non cita mai esplicitamente il regime fondamentalista che governa Kabul, limitandosi a parlare di

priorità nei rimpatri forzati dei soggetti pericolosi o criminali.

Una frase che, come spesso abbiamo visto, normalizza l’idea che le persone migranti siano una categoria di rischio da gestire, non esseri umani da proteggere.

L’Europa della sicurezza, non dei diritti

Il documento chiede alla Commissione di dare a Frontex (l’agenzia per il controllo delle frontiere) un ruolo centrale nel coordinare i rimpatri, anche “volontari”, e nei programmi di reintegrazione finanziati con fondi europei. Ma parlare di volontarietà quando si tratta di rimpatriare persone in un paese dove le Nazioni Unite documentano violazioni “gravi e sistematiche” dei diritti umani è un esercizio di ipocrisia.

Da quando i taliban hanno ripreso il potere, l’Afghanistan è uno dei luoghi più pericolosi al mondo per donne, attivisti, minoranze etniche e religiose. Le scuole femminili sono chiuse, le esecuzioni pubbliche sono tornate, e la fame ha colpito oltre metà della popolazione. Eppure, nel linguaggio istituzionale europeo, queste vite diventano un “problema amministrativo”.

I nuovi confini della crudeltà

Tra i paesi firmatari spiccano quelli che negli ultimi anni hanno innalzato muri e fili spinati alle frontiere, e quelli — come l’Italia — che si presentano come mediatori tra umanità e sicurezza.
Ma questa lettera segna un salto di qualità: non più solo respingere chi arriva, ma riconsegnare i rifugiati nelle mani di chi li perseguita.

Il governo tedesco del conservatore Friedrich Merz, ad esempio, ha già organizzato un volo di rimpatrio per 81 afghani, mentre prosegue il negoziato per un accordo diretto con Kabul. Un gesto che normalizza la cooperazione con un regime teocratico che nessun altro stato occidentale riconosce ufficialmente.

Europa e rimpatrio degli afghani: l’ipocrisia di un continente

Le stesse istituzioni che parlano di “valori europei”, di libertà e di diritti, oggi delegano a Frontex e ai governi nazionali il compito di sporcarsi le mani, scaricando ogni responsabilità politica dietro la retorica della “sicurezza comune”.
È l’ennesimo esempio di come l’Europa costruisca consenso sulla paura: il migrante come capro espiatorio, la frontiera come palcoscenico identitario.

L’Afghanistan è diventato un buco nero della coscienza occidentale. Prima bombardato in nome della democrazia, poi dimenticato, ora utilizzato come strumento di disciplina contro chi fugge. E mentre venti governi firmano lettere, nessuno si chiede che cosa significhi davvero rimandare qualcuno “a casa” quando quella casa non esiste più.