Ieri sera si è conclusa la settantesima edizione dell’Eurovision Song Contest. A trionfare, sul palco del Wiener Stadthalle di Vienna, è stata Dara, rappresentante della Bulgaria, con la sua Bangaranga. Una vittoria a sorpresa, certamente, ma accolta con entusiasmo dal resto d’Europa. A destare qualche perplessità, invece, è stato il secondo posto dell’israeliano Noam Bettan e della sua Michelle. Per il secondo anno consecutivo, Israele ha ottenuto la medaglia d’argento: un risultato che stride con i fischi che hanno accompagnato ogni esibizione del cantante e, soprattutto, con le proteste che si sono riversate in questi giorni per le strade della capitale austriaca.

Eurovision 2026: Vienna è stata teatro di proteste e iniziative contro la partecipazione di Israele

Centinaia di manifestanti, provenienti da ogni parte del continente, hanno infatti raggiunto la città per dimostrare il loro sostegno alla Palestina, organizzando cortei e iniziative contro la partecipazione di Tel Aviv alla competizione canora. Martedì, alcuni attivisti hanno depositato delle bare bianche a Schwedenplatz, appendendo un lenzuolo sul quale si leggeva la scritta: «Eurovision celebra il genocidio». Venerdì si è invece tenuto concerto-raduno No Stage For Genocide, sostenuto e promosso anche da Roger Waters. «Invitare Israele su un palco così prestigioso come è un affronto a tutte le persone che credono nell’umanità, nell’amore e nella solidarietà», ha dichiarato uno degli organizzatori, l’artista congolese-austriaco Patrick Bongola. Sabato pomeriggio, infine, a poche ore dalla finale, circa tremila persone hanno sfilato pacificamente intorno all’arena dove, di lì a poco, si sarebbe svolto l’evento.

Per quanto le autorità austriache abbiano imposto misure di sicurezza elevatissime e abbiano “forzato” un clima di serenità non del tutto genuino, vietando ogni simbolo politico in nome di una pace fittizia, al di fuori del Wiener Stadthalle è stato impossibile silenziare i dissidenti, e l’eco del malcontento generale per la presenza di Israele si è insinuato anche all’interno dell’arena. La regia, c’è da dirlo, si è dimostrata abbastanza trasparente durante la diretta, e non ha censurato i fischi provenienti della platea (al contrario di quanto accaduto nel 2025, quando i microfoni ambientali erano stati impostati in modo da ridurre i rumori di protesta). L’audio delle performance caricate su YouTube, tuttavia, risulta più pulito rispetto all’originale; segno, forse, di un intervento di post-produzione.

Un’edizione difficile

La partecipazione di Israele, del resto, è stata il nervo scoperto di quest’edizione, sin dal principio. Tutto è partito dalla richiesta di estromissione da parte di diverse nazioni, che hanno per Tel Aviv lo stesso trattamento riservato alla Russia, esclusa dalla kermesse dal 2022, anno in cui ha dato il via all’invasione dell’Ucraina. Dopo mesi di tentennamenti e votazioni programmate e poi saltate, l’EBU, il consorzio delle emittenti radiotelevisive pubbliche europee, che organizza l’ESC, ha scelto di includere nella rosa dei concorrenti anche Bettan. La decisione ha portato cinque Paesi, ovvero Spagna, Islanda, Paesi Bassi, Irlanda e Slovenia, di boicottare l’Eurovision, non inviando i loro artisti in rappresentanza.

Qualche giorno fa, inoltre, un’inchiesta del New York Times ha fatto emergere come, nelle ultime edizioni, il governo israeliano abbia stanziato migliaia di euro per campagne promozionali piuttosto, con l’obiettivo di vincere la competizione. Anche quest’anno, nonostante le regole più restrittive, l’European Broadcasting Union si è visto costretto a inviare un richiamo formale all’emittente israeliana KAN, dopo una serie di spot considerati non conformi al regolamento della manifestazione. Nelle clip, diffuse in tredici lingue, Noam Bettan invitava esplicitamente il pubblico a utilizzare tutti e dieci i voti disponibili per sostenerlo. Un’iniziativa che, a quanto pare, ha funzionato a metà e che, di certo, non ha dato a Israele quella vittoria che Netanyahu sembra inseguire spasmodicamente, ben oltre i limiti del fair play e dello spirito dell’Eurovision.

Federica Checchia