Tra Fabio Volo e il padre Giovanni le cose non sono sempre andate benissimo e il loro rapporto è stato spesso distaccato. Non che non si volessero bene, ma “l’affetto era tiepido” e si sono sempre amati “ma con una certa distanza”, per usare le stesse parole dello scrittore. Proprio per questo un particolare episodio, avvenuto non troppi anni fa, è riuscito a sorprendere e scaldare il cuore di Fabio Volo. Lo ha raccontato lui stesso in diretta radio

Fabio Volo sul padre: “Lo aspettavo da 45 anni”

Un po’ di contesto: Giovanni Bonetti, il padre di Fabio, era un panettiere di Calcinate, un piccolo paese in provincia di Bergamo, dove anche Fabio è cresciuto. Giovanni era un uomo introverso, sulle sue, che non amava particolarmente manifestare il proprio affetto agli altri.

“Io sono stato salvato da un bacio di mio padre, pensa te. Mio padre che non mi ha mai dato baci, perché era un uomo d’altri tempi. Non era uno affettuoso con noi, rideva e scherzava, ma non era come me ad esempio con i miei figli, che me li mangio. Un giorno, quando era già malato e già nel letto, gli ho fatto la barba io, per me è stato un momento mistico. Mentre mi avvicino per andare sull’altra guancia, lui mi ha dato un bacio sulla guancia. Inaspettato”. – Fabio Volo

Questo ciò che è successo al conduttore, che poi ha parlato anche della forza di quel momento e del perché per lui è stato così importante.

“Per 45 anni avevo aspettato quel bacio. Lì ho capito che se tu non provi quello che io ho provato io, sei condannato. Puoi anche essere il Presidente degli Stati Uniti, ma se non hai conosciuto quella matrice lì sei condannato a gridare”. – Fabio Volo

Le dimostrazioni di affetto di un padre, dunque, sarebbero essenziali nella vita di un uomo, proprio come scriveva Mozart. E secondo Fabio Volo, non importa neanche a quale età si ricevano o si scopra l’amore paterno per la prima volta. L’importante è aprirsi e entrare davvero in contatto con i propri genitori.

“Mio padre si chiamava Giovanni Bonetti. Non c’è più da cinque anni. È mancato cinque mesi dopo che è nato il mio secondogenito, Gabriel. Quando sono andato all’ospedale a Brescia perché Johanna doveva partorire, il giorno successivo lui è stato ricoverato. Andavo in un reparto dove ero padre e in un altro dove ero figlio, in situazioni opposte. È stata una esperienza intensa. Papà se n’è andato lentamente, aveva l’Alzheimer, in qualche modo non c’era già più. Le cose che dovevamo ricucire, alcuni scontri su idee politiche o sulla vita, le avevamo già ricucite”

Il regalo più grande fatto ai suoi genitori è anche quello che considera il principale successo della sua vita: 

“Mio padre purtroppo ha sempre avuto grandi problemi economici, pignoramenti, sono cresciuto dentro questa bolla della povertà. Non che non ci fosse da mangiare, ma il non poter fare le cose. Quando sono stato fortunato abbastanza da aiutarli ho pagato i suoi debiti, ho comprato casa per loro e li ho mandati in pensione qualche anno prima. Il più grande successo della mia vita è stato quello”