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Fantaghirò: 30 anni di magia e lotte sociali

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Quella frangetta, in quanti abbiamo amato quella frangetta. Quanti e quante di noi avrebbero poi voluto cavalcare Chioma d’Oro o lanciare Roccia aspettandone il ritorno. Tutti personaggi dell’iconica saga di Fantaghirò, un franchise composto da 5 miniserie prodotte da Reteitalia per la regia di Lamberto Bava, andate in onda per la prima tra il 1991 e il 1996.

Sappiamo bene quante repliche siano state poi riproposte ad un pubblico che man mano è cresciuto con le avventure della principessa Fantaghirò e del principe Romualdo, che si è immedesimato nel loro travagliato amore e che ogni anno, durante il periodo festivo aspetta in cuor suo l’ennesima replica di tutte le stagioni.

Fantaghirò: eredità culturale

La trama di si basa su una fiaba: Fanta-Ghirò, persona bella, raccolta dallo studioso di folclore Gerardo Nerucci nelle sue Sessanta novelle popolari montalesi e inclusa da Italo Calvino nella sua raccolta Fiabe italiane. Cosa può trasmetterci oggi, ma anche allora, una vecchia fiaba e il suo riadattamento televisivo? Ci concentreremo soprattutto su quella che è la “prima stagione”. La storia, al di là della trama e degli intrecci narrativi, al di là dell’aspetto fantasy, propone due tematiche socialmente pregnanti: lo status della donna, da un lato, e l’identità sessuale dall’altro.

Fantaghirò: 30 anni di magia e lotte sociali
Photo Credits: Web

Che maschiaccio…

Partiamo dal primo tema: Fantaghirò è ciò che ai tempi veniva definito un “maschiaccio”. Sono conscio della delicatezza di questo termine, mi scuso in caso venga letto come offensivo, ma lo utilizzo per praticità. La principessa rifiuta, infatti, tutte quelle che possiamo definire attività “tradizionalmente” femminili, nonché si oppone fermamente al divieto di leggere, scrivere, nonché combattere. Il personaggio di Fantaghirò,  è in pratica una rappresentazione simbolica di lotta al patriarcato e di testimonianza di parità dei sessi, non a caso la protagonista eccelle anche in tutte quelle pratiche “tradizionalmente”, sempre tra virgolette, maschili.

Interessante da un punto di vista concettuale anche il “percorso di cambiamento e autodefinizione” della principessa. All’inizio costretta a fingersi uomo, ma poi, una volta preso piena consapevolezza delle sue qualità e capacità, riesce a prendere in mano la sua vita in quanto donna, fino ad essere celebrata come tale. Nei vari seguiti Fantaghirò è un’eroina già conclamata che non dovrà e non avrà più necessità di mentire su sé stessa, in un regno finalmente guarito dalla disparità di genere.

Che femminuccia…

L’altro tema toccato è rappresentato dal dilemma interiore che vive di Romualdo, il quale teme di essersi innamorato di un uomo. Ma non solo, viene citato, anche se forse “alla lontana”, il suo status maschile, messo in crisi anche dalla preoccupazione di dover uccidere una donna. Anche nel suo personaggio notiamo un’ambivalenza significativa: da un lato un principe, maschio, con dei doveri e delle aspettative sociali, dall’altro la fragilità, la sua paura di essere una “femminuccia” (e anche in questo caso mi scuso per il termine, ma lo utilizzo per contrapporlo al precedente “maschiaccio”). Ricordiamo il suo dialogo con Cataldo, dialogo che probabilmente ben riassume tutta questa riflessone: “Cosa farai se scopri che il Conte di Valdoca è una donna?”“La sposerò” – “E se fosse un uomo?”“Lo sfiderò a duello, un duello all’ultimo sangue. Lo ucciderò, senza alcuna pietà e poi ucciderò me stesso”“Non potresti sopravvivere alla vergogna di amarlo?”Non potrei sopravvivere al dolore di perderlo“.

Fantaghirò: 30 anni di magia e lotte sociali
Photo Credits: Web

Pensavate che Fantaghirò fosse solo streghe, maghi e Franco Nero? Fantaghirò è un prodotto culturale portatore di tematiche profonde e strettamente connesse ad una società in pieno cambiamento, che da li a poco sarebbe stata investita da nuove battaglie per i diritti sociali. Fantaghirò è stata certamente un modello femminile alternativo in grado di far scoprire ad un pubblico giovane i primi spiragli di emancipazione. Mi piace pensare che forse anche la nostra televisione, nonostante il suo essere più che discutibile, abbia contribuito, nel suo piccolo, con un tocco di magia.

Dario Bettati

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Dario Bettati

Laureato in Teorie e Pratiche dell’Antropologia e laureato magistrale in Discipline Etno-Antropologiche. Studioso e appassionato delle “declinazioni” più contemporanee e "Pop" della cultura e della società, divulgatore scientifico, ma soprattutto un grande e grosso NERD.

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