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Femminismo e performance art: non solo Marina Abramovic

«This is a man’s world», questo è un mondo fatto per uomini: tante volte ci siamo trovate a pensarlo noi giovani donne del 2021, figuriamoci coloro che sono nate agli inizi del ventesimo secolo e anche prima, prive perciò degli strumenti odierni utili per fare la rivoluzione. Invisibili non solo nella vita privata e pubblica, ma anche in quella storica, culturale e artistica. I grandi nomi passati alla storia sono nella quasi totalità dei casi maschili, come se nessuna donna avesse davvero avuto parte integrante nei cambiamenti del mondo. Eppure sappiamo bene che non è così, che i casi ci sono e non sono affatto isolati: pensiamo a Lucrezia, a Elisabetta I, a Marie Curie, a Franca Viola.

Durante gli anni ’60 il mondo dell’arte vive un totale rinnovamento culturale grazie a nuovi esponenti: Vito Acconci, Richard Serra, Andy Warhol, Mimmo Rotella. Eppure tra questi spuntano anche volti e nomi femminili, che riuscirono a inserire le tematiche del femminismo all’interno della nuovissima performance art.

Marina Abramovic

L’attività della “nonna della performance art” è tra le più conosciute del mondo, in quanto pioniera di questa forma d’arte. Indagatrice dei limiti non solo del corpo ma anche della psiche e del carattere umano, con la propria presenza fisica e scenica ha fatto in modo che il femminismo diventasse parte integrante della performance art proprio perché, in prima linea, c’era una donna al centro di tutto. Serba di nascita, nella sua arte c’è stato anche posto per tornare sulle proprie origini con la performance-spettacolo Balkan Baroque.

Regina José Galindo

L’artista guatemalteca con il suo corpo ha sempre denunciato gli abusi che la sua terra e la sua gente ha subito. Le sue opere sono di forte impatto visivo e fortemente riflessive, come Tierra, in cui una escavatrice opera attorno all’artista eliminando ogni traccia di terreno, allusione allo sfruttamento dei territori guatemaltechi. Degna di menzione anche 279 Blows, in cui Galindo è chiusa in una scatola al cui interno batte il pugno 279 volte, il numero cioè delle donne vittime di violenza domestica in Guatemala nel 2005.

Rocío Bolíver

Messicana e formatasi prima come ballerina e filosofa, Bolíver si avvicina alla performance negli anni ’90, facendo dei reading pubblici di alcuni suoi scritti di carattere porno-erotico. Con la propria attività di performer denuncia la repressione a cui il Messico costringe le donne, come nella cruda opera Cierra las piernas in cui si criticava il sistema religioso opprimente del paese.

Chiara Cozzi

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Ph: repubblica.it

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Chiara

Da sempre propensa a dare un'opinione su ogni cosa, l'unica strada percorribile era quella della critica cinematografica. Nel frattempo ho conseguito due lauree in cinema e ho aperto la pagina Instagram @cinematic_witch, dove faccio della divulgazione cinematografica la mia missione.
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