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Gender gap al cinema: la parità è più lontana di quello che pensiamo

Nonostante i più recenti avvenimenti vogliono convincerci che non sia così, il gender gap al cinema è un argomento ancora vivo nel settore e decisamente sofferto. Non basta una festività all’anno per ricordare al mondo che le donne sono esseri umani e non devono essere discriminate: servono azioni concrete, che tuttavia non trovano realizzazione. Per pigrizia? O forse perché uno scenario escludente e discriminante è ancora fin troppo sicuro per alcuni?

Nonostante infatti i vari progetti volti a incoraggiare l’uguaglianza dentro e fuori dal set, il divario tra uomini e donne che lavorano nel cinema è ancora presente e apparentemente insanabile. Women In Film, in collaborazione con il MiBAC, aveva lanciato la campagna Verso il 50/50 nel 2020, che però non ha dato i risultati auspicati.

Oggi, nella giornata internazionale della donna, con BRAVE facciamo il punto della situazione sul gender gap al cinema.

Gender gap al cinema: non basta un’inchiesta per essere inclusivi

Una recente inchiesta del Guardian ha dimostrato l’eterna disparità che vige tra le lavoratrici cinematografiche prendendo in esame i premi Oscar. L’Academy infatti ne esce restia nel premiare donne professioniste che spiccano per leadership e autonomia, preferendo conferirgli riconoscimenti laddove lavorano in team. Le personalità femminili di spicco a essere premiate singolarmente sono poche e si contano, letteralmente, sulle dita di una mano.

Il report dell’Unesco

Anche l’Unesco ha evidenziato come disequilibrio e stereotipi di genere siano imperanti nel cinema. Poche donne ricoprono infatti professioni tecniche e manuali, poiché l’accesso a esse è per loro inferiore rispetto agli uomini.

Viene illustrata poi la situazione europea, dove un film su cinque è diretto da una donna. La discriminazione diventa in questo caso sistemica e voluta, poiché con il sistema di aiuti volto a finanziare le opere filmiche solo il 16% dei fondi va alle donne, favorendo così le opere di uomini che diventano di volta in volta più conosciuti e autorevoli. Uno dei sistemi di aiuti più utilizzati in Italia, infatti, si basa proprio sull’autorevolezza del regista e sulle opere già realizzate: in pratica siamo di fronte a un cane che si morde la coda.

Uno scenario desolante anche per le neolaureate, che hanno un accesso inferiore alle professioni creative nonostante ogni anno le donne si laureino in numero pari rispetto agli uomini.

Ne consegue un’ovvia una disparità anche dal punto di vista salariale. Secondo quanto emerso dal seminario Gender Equality and Inclusivity and Film Industry, tenuto alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2019, un’attrice guadagna in media il 40% in meno rispetto alla sua controparte maschile.

Qualcuno direbbe che, comunque sia, noi donne dobbiamo intanto accontentarci e ringraziare. Perché gli sforzi per venire incontro alle nostre esigenze personali e professionali si stanno facendo, eccome! Il problema però è proprio che nessuno dovrebbe considerare i propri diritti uno sforzo per gli altri, ma dovrebbe semplicemente averli garantiti. Forse, anziché interrogarci su quanto ammonta il gender pay gap, dovremmo cominciare a domandarci quanto costa rinunciare al proprio privilegio. E finalmente i nostri perché troveranno una risposta.

Chiara Cozzi

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Ph: futurefemme.com

Chiara Cozzi

Laureata due volte in cinema, amante dell'horror in ogni sua forma e della cronaca nera, femminista incazzata™. Ma ho anche dei difetti.
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