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Gender Gap: tra 132 anni raggiunta globale parità di genere

Pubblicato oggi dal World Economic Forum il Gender Gap Report 2022, documento che compara e classifica l’effettiva parità di genere all’interno di 146 Paesi del mondo. Secondo il report, si allarga la stima di anni necessari a raggiungere l’obiettivo: dai 100 precedenti al 2020, ai 132 del 2022. Le cause sono la pandemia, la diversità salariale, la discriminazione in ascesa, la debole ripresa dell’economia globale. Solo un quinto degli stati in analisi ha colmato di almeno l’1% il divario di genere: sul podio l’Islanda, Finlandia e Norvegia, agli ultimi posti Afghanistan, Pakistan, Iran, Congo. L’Italia fissa al 63esimo, molto dietro Spagna, Francia, Uganda e Zambia. Secondo la direttrice del WEF, Saadia Zahidi, “la crisi del costo della vita sta colpendo le donne in modo sproporzionato.”

Tra 60 anni la fine del gender gap in Europa, il doppio per il resto del mondo: il divario si allarga e la colpa è della pandemia, ma non solo

Saadia Zahidi, CEO del World Economic Forum e a capo del Centro per la nuova Economia e Società dello stesso – Ph. Credits weforum.org

Sono allarmanti le nuove stime del Gender Gap Report 2022. In soli due anni, il divario si è allargato, portando a 132 gli anni necessari al raggiungimento di una vera parità di genere, che riguardi diritti, salario, speranza e qualità di vita. Secondo l’Amministratore Delegato del Forum, la svizzero-pakistana Saadia Zahidi, coautrice tra l’altro di altri report come “Future of Jobs, Re-Skilling Revolution e Global Human Capital”, la crisi del costo della vita “sta colpendo in modo sproprozianato le donne, dopo lo choc con la perdita di posti di lavoro durante la pandemia e la contina inadeguatezza delle infrastrutture di assistenza.” La soluzione dei governi che suggerisce è chiara: “politiche mirate per sostenere il ritorno delle donne alla forza lavoro e lo sviluppo dei talenti femminili nelle industrie del futuro.”

Un invito, o meglio, una direttiva, che solo alcune tra le economie analizzate dal report sembrano star seguendo. Eccezion fatta per alcuni stati come Islanda, Finlandia, Nuova Zelanda e Norvegia, insieme al resto della top 20, il resto del mondo zoppica sulla strada della parità di genere. La colpa va oltre la pandemia, che ha colpito maggiormente le donne, che, stando ai dati, hanno visto la loro situazione lavorativa molto più precaria rispetto a quella della componente maschile. Il divario inoltre si allarga rispetto ad alcuni settori specifici della società: 155 anni quelli necessari a colmare il divario di genere relativo all’emancipazione politica e 151 per quello economico.

Pregiudizio patriarcale, luoghi comuni tossici, politiche repressive e contro ogni diritto femminile: oltre la maschera della pandemia, la vera faccia del divario è ideologica e politica

Ma dietro le cause evidenti relative alla situazione pandemica degli ultimi anni, dietro il gender gap c’è il nero inamovibile e vorace del pregiudizio ideologico, mascherato da conservatorismo, sovranismo e neoliberismo. Una società che nega il diritto all’aborto, per fare un esempio, non è una società in cui è possibile aspettarsi un risanamento del divario di genere. Gli Stati Uniti, la cui Corte Suprema ha recentemente stracciato il precedente che consentiva il diritto all’interruzione di gravidanza su tutto il suolo nazionale (Roe v. Wade), sono al 27esimo posto della classifica. Ma destinati, indubbiamente, a precipitare già dal prossimo anno. Va detto inoltre che le scelte politiche, insieme a quelle economiche, dovrebbero fare i conti con la misoginia sistemica che caratterizza le loro stesse classi esecutive. Il progresso deve venire da ogni frangia della società, trasversalmente.

Fin quando non si comprenderà la portata universale, e non solamente femminile, che comporta il gender gap, ci si continuerà a nascondere dietro pregiudizi ideologici di dubbio fondamento. Forme teocratiche (Iran) e sovraniste (Ungheria) di governo fanno l’occhiolino alla deregolamentazione neoliberista, che, a favore del profitto, sarebbe in grado di eliminare ogni diritto, specialmente quello femminile, come il diritto alla pausa di maternità: un modello basato sul capitalismo della concorrenza elimina il diritto dell’individuo, soprattutto quando ne necessita. E’ per questo che il problema è più profondo di quanto si pensi. Il processo decostruttivo della società globale è lungo e complesso: possiamo solo aspettarci che quei 132 anni siano, perlomeno, più brevi di quanto sembrano.

Alberto Alessi

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