Il presidente Donald Trump sta procedendo con l’imposizione di nuove tariffe a due cifre su decine di partner commerciali degli Stati Uniti, proprio mentre scade venerdì il termine per i dazi provvisori imposti dopo la pesante sconfitta subita presso la Corte Suprema.

Le misure, diffuse dall’Ufficio del Rappresentante per il Commercio Usa, Jamieson Greer, sono destinate a sostituire quelle globali temporanee del 10% introdotte da Trump, la cui validità scade venerdì, dopo che la Corte Suprema aveva annullato la gran parte delle tariffe globali imposte a febbraio dal tycoon. La mossa è il risultato di un’indagine ad ampio raggio che, nella ricostruzione del Financial Time, vede importanti partner commerciali degli Stati Uniti come Giappone, Corea del Sud, India e Canada, oltre all’Ue e al Regno Unito. Nell’indagine figura anche la Cina e il Brasile

Le nuove misure colpiscono, secondo quanto riferito dall’ufficio di Greer, oltre il 99% del commercio americano: ai Paesi dotati di leggi di contrasto al lavoro forzato è stato applicato un dazio del 10%, mentre a quelli privi è stato invece addebitata una maggiorazione del 2,5%, al 12,5%.

La portata dei nuovi dazi non ha precedenti nella storia degli Stati Uniti.

Storicamente, l’applicazione delle norme sul lavoro forzato ai sensi della Sezione 307 ha operato in modo ristretto e chirurgico, prendendo di mira specifiche aziende, regioni o categorie di prodotti (come il cotone dello Xinjiang, un particolare peschereccio, una specifica fabbrica) attraverso gli ordini di detenzione dell’ufficio doganale, non tramite dazi a livello di intera economia. Ma invece di bloccare specifiche spedizioni contaminate dal lavoro forzato, l’Ustr sta usando l’incapacità dei governi stranieri di vigilare sul lavoro forzato come base per dazi generalizzati sull’intera economia ai sensi della Sezione 301, uno statuto sui rimedi commerciali, non lo statuto sul divieto di importazione (la Sezione 307) stesso.

Tuttavia, negli ultimi anni il Congresso Usa ha modificato gli strumenti a sua disposizione per utilizzare il lavoro forzato come base legale per azioni di più vasta portata.

La stessa Sezione 307 del 1930 conteneva una scappatoia legata alla “domanda di consumo” che esentava le merci non prodotte a livello nazionale in quantità sufficiente a soddisfare la domanda Usa, una lacuna che ne ha limitato l’applicazione per decenni. Anche per questo la legge è rimasta in gran parte inutilizzata fino agli anni ’90, quando l’ufficio doganale emanò 31 ordini di trattenimento delle merci e sei riscontri formali, mirati per lo più a merci cinesi.

Dopodiché, con il Trade Facilitation and Trade Enforcement Act del 2016, i legislatori Usa hanno eliminato l’eccezione della “domanda di consumo”, consentendo un’applicazione molto più ampia. Da allora si è registrato un forte picco di ordini di trattenimento delle merci, specie nel periodo compreso tra il 2016 (primo anno della prima presidenza Trump) e il 2021, relativo a otto Paesi e con un focus mantenuto sul lavoro forzato nello Xinjiang. Nel 2021 il Congresso si è spinto oltre, affermando la presunzione relativa che tutte le merci prodotte in tutto o in parte nello Xinjiang siano contaminate dal lavoro forzato e quindi vietate a meno che gli importatori non dimostrino il contrario: uno strumento molto più forte rispetto agli ordini emessi caso per caso.

Come rileva il New York Times, gli Usa hanno probabilmente le restrizioni più rigide al mondo sulle importazioni legate al lavoro forzato. Hanno vietato l’importazione di merci prodotte con il lavoro schiavile per quasi un secolo, sebbene consentano ancora il lavoro carcerario in condizioni che le organizzazioni sindacali considerano coercitive”. Per esempio, nel 2021, i legislatori statunitensi hanno approvato una legge che vieta le importazioni dalla regione cinese dello Xinjiang, dove avevano scoperto che il lavoro forzato era dilagante, e messo pressione sugli alleati affinché facessero ugualmente, dato che la mossa non era certo scorrelata dal più vasto confronto geo-economico in atto tra Washington e Pechino.