Esteri

Gerusalemme sotto il fuoco incrociato: è ufficialmente guerra

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La battaglia tra polizia israeliana e palestinesi sulla Spianata delle moschee si è ormai trasformata in scontro aperto con Gaza dopo gli ultimatum di Hamas a Israele. Lo scontro si è avviato allo scadere dei due ultimatum: il primo alle 18 di ieri (10 maggio, ndr) ora locale e il secondo alle 21. Sono 7 i razzi scagliati contro Gerusalemme e decine quelli verso il sud del paese, a stretto giro è arrivata la risposta dell’aviazione israeliana che ha sganciato bombe su Gaza.

L’antefatto a Gerusalemme

Gli scontri a Gerusalemme hanno preso il via circa un mese fa, quando la polizia ha sbarrato l’accesso alla piazzetta davanti alla porta di Damasco con delle barriere di metallo. La porta è l’entrata più vicina al mercato arabo ed un facile accesso per la Moschea al-Aqsa, centro religioso importantissimo per i palestinesi. L’impossibilità di raggiungere la porta e sedervisi ha scatenato le prime proteste, a dispetto della volontà delle autorità israeliane che avevano sbarrato la porta proprio per evitare che quel luogo di incontro diventasse un punto per organizzare le proteste. A ventinove giorni dall’inizio del Ramadan, che è coinciso con lo sbarramento della porta, e con l’inasprirsi della violenza, gli analisti fanno notare che la mossa compiuta dalla polizia non è stata lungimirante, anche considerando le restrizioni subite nell’ultimo anno di lockdown. Inoltre, nei mesi scorsi alcune organizzazioni di coloni oltranzisti ottenuto ottenuto dal tribunale la conferma del diritto di proprietà su alcuni edifici, ubicati nelle zone di Sheikh Jarrah e Silwan, che sarebbero appartenuti a famigli ebree prima della creazione dello Stato di Israele, nel 1948, ma abitate da palestinesi da più di sessant’anni.

I fatti

Negli ultimi giorni Hamas aveva annunciato il proprio sostegno alle proteste ed intimato alle autorità israeliane che, se non avessero ritirato la polizia e non avessero scarcerato gli arrestati, avrebbe sganciato missili. E così è stato: per la prima volta dopo i 59 giorni del 2014 le sirene sono tornate a suonare anche nelle periferie intorno a Gerusalemme. La Cupola di ferro, sistema di difesa antimissile israeliano, è riuscito a intercettare soltanto due dei razzi scagliati da Hamas, l’altro ha colpito un edificio non causando vittime. A questo punto le autorità di Gerusalemme hanno inivato jet per bombardare la Striscia di Gaza. Il bilancio attuale è di 24 morti tra cui 9 bambini, tutti palestinesi. Lo Stato Maggiore ha interrotto un’importante esercitazione per convogliare le truppe verso sud, annunciando che non si limiterà “a bombardare qualche duna di sabbia”.

Il ruolo di Hamas

Al contrario di quanto avvenuto in altre occasioni, questa volta Hamas, che tiene in scacco circa 7mila palestinesi, ha rivendicato tutte le operazioni. Un segnale che indica la volontà di non ridurre in alcun modo la tensione. Infatti, nonostante il presidente israeliano Benjamin Netanyahu abbia cercato di ridurre le cause di attrito rimuovendo le barriere e la Corte suprema abbia posticipato lo sfratto di una ventina di famiglie che vivono nelle zone di Sheikh Jarrah e Silwan, ciò non ha fermato gli scontri. Hamas vede nella montante rabbia palestinese un’occasione per affermarsi e mettere in difficoltà il presidente Abu Mazen, che, difatti, ha cancellato le elezioni parlamentari. I fondamentalisti potrebbero però aver commesso un errore fatale: aver sottostimato la volontà di Netanyahu di riprendersi il titolo di Mr Sicurezza. Il Presidente israeliano ha infatti annunciato: “Hamas ha varcato una linea rossa, pagherà un prezzo molto duro”.

Giulia Moretti

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