La marginalità che segna la vita della popolazione LGBT+ non si arresta neanche tra le mura penitenziarie. Solo riuscire a stimare il numero effettivo od ottenere informazioni attendibili delle persone presenti in carcere è pressoché impossibile. I dati frastagliati sono il sintomo di un fallimento sistematico. Difatti, la mancanza di numeri certi impedisce alle autorità di intervenire con criterio, finendo per basare il programma sul senso comune o sui pregiudizi, rendendo inefficace l’intervento.

Tra marginalizzazione e invisibilità: le persone LGBT+ non sono tutelate

È frequente che diverse vulnerabilità convergano sulla stessa persona, sfociando in azioni che spingono per il carcere. Tra istruzione bassa, legami familiari fragili e precarietà economica il rischio di comportamenti criminali è elevato. In aggiunta, fuori dal carcere le dinamiche non sono differenti. L’impossibilità a trovare un impiego o una casa in cui vivere indirizza le persone verso l’illegalità. Nel carcere, poi, le discriminazioni proseguono: dall’invisibilità totale agli abusi fisici e verbali. Questa frammentazione è accuratamente riflessa nel contesto italiano. Nel rapporto di Antigone del 2023, si contano 72 persone transgender in tutto il Paese. Gli omosessuali maschi dichiarati, invece, sono ancora più irrilevanti (64 persone nel 2022). I dati, tuttavia, non rispecchiano la realtà. Riescono solo a mettere in luce la difficoltà di esprimere la propria identità in un ambiente fondato sull’iper-mascolinità e sul binarismo.

Quindi, l’amministrazione penitenziaria come gestisce la questione? Attraverso la separazione. Le persone transgender vengono collocate in sezioni specifiche all’interno di reparti maschili. La scelta viene giustificata sulla volontà di “proteggerle”, eppure è la separazione stessa a generare ulteriori problemi. Non solo aumenta l’isolamento e limita l’accesso alle attività trattamentali, ma converte la protezione in ulteriore sofferenza. Anche la precarietà sanitaria rientra tra i principali fallimenti del sistema. La legge italiana, pur permettendo la modifica dei dati anagrafici e garantendo la gratuità delle terapie ormonali, non tutela la persona nel complesso. L’accesso agli endocrinologi, ad esempio, è ostico a causa dei ridotti centri specializzati. Similmente, i trasferimenti frequenti aggravano la precarietà, impedendo delle cure continuative.

La medicalizzazione e lo stigma causano ulteriore malessere psichico

L’attuale modello carcerario è poco avanguardistico e indifferente alle complessità dei percorsi di affermazione di genere. La presenza di psicologi e psichiatri, oltre ad essere sovraccarichi di lavoro, non bastano. Sarebbe necessario introdurre equipe multiprofessionali per agire adeguatamente. Spesso è proprio la durezza della vita detentiva, caratterizzata da mancanza di aiuto e marginalizzazione, ad aumentare il malessere psichico. In molti casi, il malessere sfocia anche in episodi di autolesionismo. Oltre alle difficoltà in carcere, tuttavia, anche lo stigma sociale sovraccarica la condizione dei detenuti LGBT+. Malgrado l’impegno dell’associazionismo, siamo ancora ben lontani da una gestione coerente. Tra la popolazione e il personale che associa a queste persone dipendenze o patologie , il rischio di aggravare una situazione delicata è elevato.

L’istituzione, inoltre, fatica a gestire queste complessità, finendo per “medicalizzare il disagio o rinchiudere le persone in categorie rigide”. È necessaria una ricerca scientifica affinché possa essere restituita voce ai diretti interessati, ricostruendo i loro reali bisogni.

Stefania Cirillo