Cultura

Giorgio Morandi, regista di oggetti comuni

Paesaggi concepiti come forme geometriche, composizioni di stoviglie e nature morte con i fiori: la presenza umana è del tutto bandita dai lavori di Giorgio Morandi (18901964). Come in una sapiente regia, niente è lasciato al caso nelle sue tele, dall’organizzazione dello spazio, alla disposizione degli oggetti, allo studio della luce. Quest’attenzione alla composizione, insieme alla solennità pacata e austera delle sue opere, ha fatto sì che Morandi esercitasse un forte magnetismo sulla cinematografia di quegli anni.

La metafisica dell’oggetto comune

L’oggetto quotidiano è protagonista assoluto dei dipinti e delle incisioni di Morandi. Una volta stabilita la composizione generale, l’artista sperimenta diverse e infinite variazioni, alla costante ricerca di quella più vicina alla propria sensibilità. Bottiglie, brocche, bicchieri sono dipinti su sfondo neutro ricorrendo ad una gamma cromatica limitata e prossima al monocromo, in quella che De Chirico definisce “la metafisica degli oggetti più comuni”:

Di quegli oggetti che l’abitudine ci ha resi tanto famigliari che noi, per quanto scaltriti nei misteri degli aspetti, spesso guardiamo con l’occhio dell’uomo che guarda e non sa.

Giorgio Morandi, Natura morta - Photo Credits: web
Giorgio Morandi, Natura morta – Photo Credits: web

Giorgio Morandi, regista fra i registi

L’atmosfera di silenziosa contemplazione che pervade le nature morte di Morandi, così rigorose da un punto di vista formale, affascina numerosi registi a lui contemporanei. E così i suoi quadri entrano nei set di film come La dolce vita di F. Fellini (1960), La notte di M. Antonioni (1961) e Il boom di V. De Sica (1963). A rendere omaggio alla spoglia e solo apparente semplicità delle opere del pittore bolognese è anche il cinema americano, con Un bacio e una pistola, noir di culto di R. Aldrich (1955).

Giorgio Morandi: presenza discreta ne “La Dolce Vita”

Nel film capolavoro di Federico Fellini, la natura morta di Morandi è rimasta per lungo tempo una presenza rarefatta e sottovalutata. Compare nella celebre scena ambientata nel salotto di Steiner (Alain Cuny), l’intellettuale amico del giornalista Marcello Rubini, interpretato da Marcello Mastroianni. Le parole pronunciate da Steiner sono un omaggio appassionato e sincero, rivolto indirettamente dal regista riminese all’artista bolognese:

Ah, sì. È il pittore che amo di più. Gli oggetti sono immersi in una luce di sogno. Eppure sono dipinti con uno stacco, con una precisione, con un rigore che li rendono quasi intangibili. Si può dire che è un’arte in cui niente accade per caso.

Federico Fellini, frame de La dolce vita - Photo Credits: web
Federico Fellini, frame de La dolce vita – Photo Credits: web

Secondo Mauro Aprile Zanetti, autore del saggio La Natura Morta de La Dolce Vita, il dipinto di Morandi non si configura semplicemente come colta citazione, ma può essere interpretato come chiave di lettura dell’intero film.

La natura morta di Morandi e la sequenza del salotto intellettuale di casa Steiner rappresentano una grande vanità di bottiglie e di persone.

Lo scrittore pone l’accento sull’importanza del dialogo successivo, durante il quale Steiner e Marcello affrontano il tema dell’esistenza umana, in bilico fra paura e desiderio, ordine e caos.

Entra così in scena il tema più alto del film e dell’arte in generale, la vita stessa come capolavoro.

Ieri Fellini, oggi Guadagnino

Arriviamo ai giorni nostri, e al film Io sono l’amore di Luca Guadagnino (2009), girato nella casa-museo di Villa Necchi Campiglio. Le opere di Morandi divengono, qui come nelle pellicole già citate, strumento per indagare e descrivere la realtà di una certa classe abbiente, confermandosi, ancora una volta, sinonimo di gusto e raffinata sensibilità.

Silvia Staccone

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