Giorgio Poi | Roma, Villa Ada (Live Report)

Tappa capitolina per l’acclamato tour estivo del cantautore. Un’ora e dieci di concerto e 18 brani eseguiti in quartetto. Vi raccontiamo com’è andata.

Tanto per cominciare, il colpo d’occhio: già perché ieri sera parecchia gente, un migliaio abbondante di persone, riempiva gioiosamente il parco romano di Villa Ada in questa pigra sera di mezza estate. Non male per un nome fresco (e non di primissima fila) tra i nuovi esponenti della canzone d’autore italiana. Certo, va detto che ormai da qualche anno siamo abituati a exploit ben più generosi quanto ad affluenza di pubblico ad applaudire le nuove leve, eppure stasera la sensazione è che vada benissimo così.

Nell'oscurità si stagliano le luci e le note di Giorgio Poi (Photo: Ziblab)
Nell’oscurità si stagliano le luci e le note di Giorgio Poi (Photo: Ziblab)

Il pubblico è formato soprattutto da ‘Under 35’, più donne che uomini, ovvero l’audience naturale/di riferimento per questa ondata di “It.Pop” che dal 2015 ha cambiato davvero tutte le carte in tavola sotto ogni possibile aspetto. Ora: Giorgio Poi non è certo né una promessa né tanto meno un esordiente. A 33 anni – di cui almeno 10 di militanza nel music business a partire dagli anni di formazione londinesi – e con ormai già due album incisi per Bomba Dischi alle spalle (ma chi scrive ricorda bene i suoi trascorsi in qualità di vocalist prima dei Vadoinmessico quindi dei Cairobi, per buona parte di questo decennio) ci piace definirlo piuttosto una felice e solida realtà. Specie oggi, grazie anche alle fruttuose collaborazioni con Luca Carboni, Carl Brave, Calcutta.

Sono quasi le undici quando – dopo il breve set del collega d’etichetta Francesco De Leo – sale sul palco il protagonista di questa serata, in compagnia della sua band. Rispetto alle precedenti tournée, annotiamo la presenza del tastierista Francesco Bellani a completare la formazione che vede Matteo Domenichelli al basso e Francesco Aprili alla batteria.
Delle chitarre e delle parti vocali, naturalmente, se ne occupa il nostro Giorgio: il quale, come di consueto, non parla molto e lascia che a esprimere l’incantesimo siano la musica e le parole.

La scaletta è un buon mix tra i primi due album sinora pubblicati, con l’aggiunta di alcune tracce uscite singolarmente. La band viaggia ormai a pieni giri, in sintonia eccellente. Le atmosfere sono dominate dalle tastiere: tre synth e sequencer che spesso e volentieri conferiscono quel denso mood pop/rock anni Ottanta che poi è uno dei riferimenti stilistici obbligati seguendo il trend dell’ultimo lustro. Un’installazione luminosa di fianco alla batteria evidenzia la scritta “Poi” in corsivo. L’unico orpello di un palcoscenico dove l’essenziale è tutto ciò di cui si necessita.

All’interno di queste spaziose stanze dipinte dai tasti bianchi e neri, alberga un basso elettrico che fa la differenza: il corpo e il cuore pulsante degli arrangiamenti è dato infatti soprattutto dal bel lavoro di Domenichelli,
con quelle corde melodiche e guizzanti dentro e fuori ciascun brano. Interessante anche il lavoro della batteria. Giorgio, dal canto suo, si limita a un sound chitarristico d’accompagnamento, di stampo ritmico. Ma, oltre al cappellino da baseball e l’abbigliamento blu da turista newyorkese, è la sua voce che resta impressa nella memoria: la riconosci subito, la ricordi tra mille altre con quel timbro alieno acuto, argentato, tutto di testa.

Il set parte alla grande con due carte subito vincenti: “Non mi piace viaggiare” e “Ruga fantasma“, che aprono anche il nuovo album di Giorgio, “Smog”, uscito lo scorso marzo. Sono fra le nostre preferite, con un balzo ci fanno entrare nel suo mondo: una dimensione parallela diremmo quasi fumettistica, compendio ideale di una scrittura talvolta criptica, ermetica, fiorita di giochi di parole e di situazioni apparentemente comuni e ordinarie tramutate in viaggi psichedelici interstellari dalla camera da letto alla luna. Lo stile: un pop/rock melodico – e ciò non significa trito o scontato – fatto di tempi medi e decisamente centrato su voce/basso/synth. Dalla, Vasco, Battisti, Gaetano, Ciampi e Conte i maestri dichiarati. Con una spruzzata esotica di Mac Demarco e Connan Mockasin.

Il primo acuto arriva con “Il tuo vestito bianco“, che sembra tre le predilette del pubblico, e dopo poco un altra ripresa assente dagli album. Parliamo di “Missili“, per l’occasione resa in acustico dal solo Giorgio con la presenza straordinaria del rapper Frah Quintale che in quel brano aveva in origine cantato. La platea è in delirio per la coppia: è tutto un tripudio di cori e smartphone al cielo, intenti a riprendere ogni cosa.
Tanto che dev’essere stata una piccola delusione non vedere anche Calcutta stasera in scena a duettare con Giorgio in “La musica italiana” scritta a quattro mani e pubblicata mesi fa. Poco male: gli applausi scrosciano.

Lo strumentale “Smog“, unico momento di tutto il concerto in cui è dato un po’ di spazio alla perizia strumentale/virtuosa dei musicisti, ci conduce alla seconda parte del live. Qui brilla l’andatura Motown/beatlesiana di “Le foto non me le fai mai” e poi “Niente di strano” che conclude la scaletta prima del bis. Che arriva puntuale e scoppiettante con tre brani tra i più amati e conosciuti di Giorgio Poi: prima la misteriosa e naif “Tubature“, quindi “Stella“, altro apice assoluto nonché biglietto da visita sonoro perfetto, infine “Vinavil” con cui si chiude davvero in bellezza.

Ariel Bertoldo

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