Giornata Mondiale del Teatro: il paese teatrale di Carlos Celdràn

Ricorre oggi 27 Marzo la Giornata Mondiale del Teatro, che istituita nel 1961 giunge oggi al suo quarantottesimo anniversario.

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Questo è il luogo del qui e dell’ora, lo spazio libero capace di estenuare le forme, di invocare presenze, di nutrirsi del gesto, del grido, del suono. Qui l’accadimento si rende manifesto, avviene e si dispiega per poi esaurirsi nella sua struggente bellezza.

Laddove il teatro è linfa di vita, insenatura necessaria dove l’orrido, il grottesco, il sublime, il ridicolo inevitabilmente si mescolano; questo è innanzitutto necessità, forma urgente, linguaggio prezioso e irripetibile.

Talvolta lo si dimentica, talvolta lo si costringe in imballaggi sterili quanto convenzionali; si celebra oggi la Giornata Mondiale del Teatro (GMT) che dopo quasi sessant’anni continua a lanciare il suo vitale appello.

Una partecipazione attiva, una curiosità che si addentri rutilante nei nuovi linguaggi della scena; un’azione che sia innesto per ricerca ininterrotta, sperimentazione, continua scoperta: creata a Vienna nel 1961 durante il IX Congresso mondiale dell’Istituto Internazionale del Teatro, dal 27 marzo 1962, la Giornata Mondiale del Teatro è celebrata dai Centri Nazionali dell’I.T.I. presenti in un centinaio di paesi del mondo.

Si pone come invito, grido di condivisione, possibilità di ribaltare il nostro sguardo nell’effettiva comprensione di ciò che il teatro significa innanzitutto come collante nel tessuto sociale, riscoperta di sé attraverso la coralità, la percezione attiva, lo sguardo partecipante; questo il motivo che la ha portata ad assumere la forma di laboratori, performance, seminari realizzati nelle venti regioni italiane, all’interno del progetto UNESCOEdu.

Ed ecco, tra le iniziative la più densa di significato è forse quella del Messaggio della GMT diffuso in oltre 50 lingue in tutto il mondo e diffuso ad oltranza da tutti i media

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Se il primo fu quello di Jean Cocteau nel 1962, oggi la parola va a Carlos Celdràn, regista cubano, che nel parlare di un “risveglio del teatro” lo accorda con un peculiare, ribaltante, ineludibile sguardo poetico nei confronti dell’esistenza, quello che solo il contatto con la scena riesce ad evocare.

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Raggiungere la trasparenza, rinascere attraverso momenti di effimera verità; la sua è un’esortazione tonante volta a spalancare i nostri occhi dirottandoli al un senso ancora più più banausico e profondo: rendere noi stessi “abitanti” di quel paese teatrale “intessuto di questi momenti, in cui mettiamo da parte le maschere, la retorica, la paura di essere ciò che siamo, e uniamo le nostre mani nel buio.”

Giorgia Leuratti

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