Oggi è il Giorno della Memoria, ma la memoria non serve se non ci aiuta a capire il presente: il genocidio è ora ed è a Gaza.

Il 27 gennaio, Giorno della Memoria, il mondo ricorda le atrocità dell’Olocausto, un genocidio che ha segnato indelebilmente la storia dell’umanità. In questa giornata di riflessione, è imperativo esaminare con occhio critico le azioni contemporanee che evocano ombre del passato. In particolare, le operazioni militari di Israele nella Striscia di Gaza e i suoi piani di espansione territoriale sollevano interrogativi profondi sulla ripetizione di dinamiche oppressive e violente.

Il genocidio è ora ed è a Gaza

Dal 7 ottobre 2023, Israele ha intensificato le operazioni militari nella Striscia di Gaza in risposta agli attacchi di Hamas. Questa offensiva ha causato la morte di oltre 46.000 palestinesi, la maggior parte dei quali civili, inclusi 13.300 bambini. Oltre 110.000 persone sono rimaste ferite, molte con lesioni permanenti. La distruzione è stata vasta: più di 30 ospedali rasi al suolo, scuole e abitazioni demolite, lasciando la popolazione senza accesso a servizi essenziali e in condizioni umanitarie disperate. Organizzazioni internazionali per i diritti umani, tra cui Amnesty International, hanno accusato Israele di genocidio nei confronti dei palestinesi a Gaza. Un rapporto di Amnesty del dicembre 2024 conclude che Israele sta commettendo genocidio contro i palestinesi nella Striscia di Gaza, evidenziando attacchi indiscriminati contro civili e infrastrutture essenziali.

Le Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione per le possibili violazioni del diritto internazionale. Un gruppo di esperti indipendenti dell’ONU ha dichiarato che il popolo palestinese è a grave rischio di genocidio, sottolineando l’evidenza di incitamento genocida crescente contro i palestinesi. Il 21 dicembre 2024, Papa Francesco ha condannato fermamente le violenze a Gaza, affermando: “Ieri sono stati bombardati bambini. Questa è crudeltà, questa non è guerra”. Le sue parole sottolineano la gravità delle azioni militari che colpiscono indiscriminatamente i più vulnerabili.

Medici Senza Frontiere ha descritto la situazione a Gaza come una “trappola mortale”, evidenziando che “le persone a Gaza lottano per la sopravvivenza in condizioni apocalittiche, ma nessun luogo è sicuro, nessuno è risparmiato e non c’è via d’uscita”. Amos Goldberg, storico israeliano specializzato in studi sull’Olocausto, ha dichiarato: “Quello che sta accadendo a Gaza è un genocidio, perché Gaza non esiste più”. Le sue parole evidenziano la portata devastante delle operazioni militari israeliane nella regione.

Piani di espansione di Israele dopo il genocidio a Gaza

Parallelamente alle operazioni militari, Israele continua a perseguire politiche di espansione territoriale. Negli ultimi anni, il governo israeliano ha intensificato i piani di annessione dei territori occupati, in particolare in Cisgiordania. Il primo ministro Benjamin Netanyahu e il suo esecutivo stanno promuovendo politiche di controllo. Ovvero, politiche che mirano a consolidare la morsa su queste aree, considerate da Israele come parte integrante della “Terra Santa”. Recentemente, Netanyahu è stato criticato per aver presentato una mappa che escludeva la Cisgiordania, alimentando accuse di tentativi di cancellare tale territorio.

La rielezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti rappresenta un’opportunità chiave per l’agenda sionista radicale. Ciò per via del suo precedente sostegno alla politica israeliana, come il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele. Le operazioni militari in Cisgiordania sono giustificate come misure contro “obiettivi jihadisti”. Tuttavia, fanno invece parte di un piano di annessione che potrebbe essere completato con il supporto dell’amministrazione Trump, nonostante la ferma opposizione dell’Autorità Palestinese. L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) ha denunciato l’approvazione di 80 nuovi piani per insediamenti nei territori palestinesi occupati, portando il numero totale dei coloni a circa 720.000. Questa espansione è vista come un ostacolo significativo alla pace e alla soluzione dei due Stati.

Andamento attuale della guerra e l’uso dell’intelligenza artificiale

Nel contesto del conflitto in corso nella Striscia di Gaza, Israele ha adottato tecnologie avanzate, inclusa l’intelligenza artificiale (IA), per individuare e colpire obiettivi. Un’inchiesta ha rivelato che l’esercito israeliano utilizza un programma basato sull’IA chiamato “Lavender” per identificare potenziali bersagli, analizzando dati come il tracciamento dei telefoni cellulari. Questo approccio ha accelerato il ritmo degli attacchi aerei, contribuendo a un numero significativo di vittime civili. Si stima che oltre 44.000 palestinesi siano stati uccisi, sollevando preoccupazioni etiche sull’uso non regolamentato di tali tecnologie in guerra.

Microsoft ha fornito all’esercito israeliano tecnologie cloud e di intelligenza artificiale utilizzate nelle operazioni militari a Gaza. Questa collaborazione solleva ulteriori interrogativi sull’impiego di tecnologie avanzate in contesti bellici. Ma non solo, ci fa interrogare anche sulla responsabilità delle aziende tecnologiche nel supportare operazioni militari che possono portare a violazioni dei diritti umani. L’uso dell’IA nei conflitti armati rappresenta una sfida significativa per il diritto internazionale umanitario. Solleva questioni riguardanti la distinzione tra combattenti e civili, la proporzionalità degli attacchi e la necessità di precauzioni per evitare danni collaterali.

Paragone tra due genocidi: l’ombra della storia che si ripete

La tragedia dell’Olocausto, commemorata oggi come monito contro l’indifferenza e l’odio, sembra gettare un’ombra inquietante sul presente. Come scrisse Primo Levi ne I sommersi e i salvati:

Chiunque oggi tolleri che un anello della catena venga spezzato, chiunque consenta che un solo uomo venga perseguitato, annientato nei suoi diritti, è complice del medesimo crimine.

Eppure, la memoria che dovrebbe essere faro di giustizia sembra trasformarsi in uno strumento di silenzio e di legittimazione quando si guarda alle azioni dello Stato di Israele a Gaza.

Se nell’Olocausto il genocidio degli ebrei fu segnato da una sistematica deumanizzazione e un annientamento industriale, il conflitto a Gaza non è diverso: isolamento, fame, bombardamenti indiscriminati. L’ipocrisia si manifesta nel doppiopesismo con cui il mondo condanna l’una atrocità ma giustifica o ignora l’altra, nascondendosi dietro giustificazioni di sicurezza o di autodifesa. In entrambi i casi, le vittime sono ridotte a numeri, le vite distrutte cancellate dalla narrazione ufficiale. È come se, per dirla con le parole di Hannah Arendt, la banalità del male si fosse aggiornata, divenendo un male normalizzato e digitalizzato, legittimato dalle asimmetrie di potere e dall’immobilismo internazionale.

Una riflessione necessaria sul genocidio a Gaza

Nel Giorno della Memoria, mentre ricordiamo le vittime dell’Olocausto, non possiamo chiudere gli occhi di fronte alla brutalità che si sta consumando a Gaza. Ogni tentativo di giustificare tali atrocità in nome della sicurezza nazionale o dell’autodifesa è un insulto. Senmza esagerazioni, si tratta di un insulto alla memoria di chi ha sofferto sotto regimi oppressivi e violenti. Come possiamo celebrare il “mai più” quando le bombe continuano a piovere su civili inermi? Quando i diritti fondamentali di un intero popolo vengono sistematicamente negati? L’indifferenza verso il genocidio palestinese è la prova più lampante del fallimento della comunità internazionale, ormai prigioniera di alleanze economiche e politiche che calpestano la giustizia.

L’uso della tecnologia, come l’intelligenza artificiale, per ottimizzare la violenza, mostra un’evoluzione cinica del potere. Oggi non ci sono più le camere a gas, ma droni e algoritmi che colpiscono con precisione spietata. È un genocidio postmoderno, condotto non con le urla di chi carica vagoni, ma con il freddo clic di un pulsante, lontano dai luoghi del massacro. Questo non lo rende meno crudele; lo rende più insidioso, più difficile da condannare perché ammantato di modernità e razionalità tecnica.

La comunità internazionale, che non ha esitato a intervenire in passato in nome dei diritti umani, oggi si dimostra ipocrita e pavida, incapace di applicare lo stesso metro di giudizio. Le risoluzioni dell’ONU rimangono inascoltate, e i governi che condannano le ingiustizie passate sono gli stessi che chiudono affari miliardari con Israele, diventando complici di questa violenza. Dire “mai più” non è sufficiente. Non lo è mai stato. È necessario un intervento deciso per fermare questa macchina genocida, per spezzare il ciclo di oppressione che distrugge vite, famiglie, culture. Ogni voce che si alza in silenzio, ogni azione mancata, ogni parola di circostanza rende tutti noi complici. È giunto il momento di scegliere da che parte stare: o si difendono i diritti umani universali o si accetta il compromesso con l’ingiustizia. Non ci sono più vie di mezzo. Non ci sono più alibi.

Maria Paola Pizzonia, Autore presso Metropolitan Magazine