Cultura

Giovanni Boldini: i macchiaioli e il ritratto del femminile

Nella giornata odierna del 1892, in quel di Ferrara, nasceva uno tra gli artisti più influenti e richiesti della Bella Époque (la Bella Epoca), Giovanni Boldini. Già in tenera età la sua predisposizione all’arte è notevole, tant’è che impara prima a disegnare che a scrivere.

Il padre Antonio Boldini è un pittore dedito ai maestri del quattrocento e sarà fondamentale negli studi artistici del figlio. Boldini junior infatti seguirà le sue orme lasciando prematuramente la scuola. Il ragazzino mal volentieri seguiva la didattica, dato il suo temperamento indipendente. E già in età adolescenziale Giovanni sentiva che la sua terra natia non aveva più tante risorse da potergli offrire. Così grazie ad un lascito ereditato dallo zio, l’artista poté intraprendere il suo percorso in maniera autonoma lasciando Ferrara e approdando a Firenze.

Giovanni Boldini e il suo incontro con i macchiaioli al caffè Michelangiolo

Iscrittosi all’Accademia di belle arti di Firenze, sin da subito comprese che l’insegnamento accademico era ininfluente per la sua forza creativa, sentiva più proficuo e stimolante frequentare il famoso caffè Michelangiolo, ritrovo di una schiera di artisti che furono definiti con il termine di “Macchiaioli” con la quale ebbe il primo contatto.

Lo stile dei Macchiaioli era una naturale evoluzione del paesaggismo francese, una pittura basata sull’osservazione diretta della natura, che possedeva un accentuato contrasto di luci e ombre. Il lavoro fondamentale era creato dalla luce e dal colore attraverso l’utilizzo di corpose pennellate per definire figure umane e paesaggi. La critica artistica descrisse queste opere come delle “macchie” sulla tela attribuendo loro l’appellativo di “Macchiaioli”.

Quello che Boldini trasse da questa corrente artistica fu più che altro l’utilizzo “luministico” dello stile. Producendo nella sua pittura degli effetti luminosi, utilizzando dei tagli di luce incidente in contesti di intonazione scura. Per l’artista era un processo del tutto nuovo, poiché i suoi studi giovanili erano improntati allo stile neoquattrocentesco. Inoltre preferì la ritrattistica al soggetto naturalistico scelto dai colleghi.

La ritrattistica dell’anima

L’artista sente una profonda irrequietezza, Firenze con la sua Arte Antica e il Rinascimento preponderante, sembrano inibire la sua creatività. Decide quindi prima di partire per Londra e poi di lasciare Firenze definitivamente per la “Ville Lumiere” così era chiamata Parigi all’epoca, che era diventata la capitale indiscussa d’Europa. Era una città elettrizzante che trasudava di vita mondana, con le vie affollate di caffè e musei e incontri stimolanti da fare.

Qui vediamo il fiorire estremo della sua pittura incentrata soprattutto sulla ritrattistica. I cui soggetti erano per lo più membri dell’alta borghesia, nella cui società si era ben integrato, diventandone un grande protagonista. Personaggi di una certa levatura italiani e internazionali facevano a gara per farsi ritrarre dall’artista. Boldini attraverso i suoi ritratti assolveva al compito di celebrare a livello intellettuale e morale il committente e non solo, entrerà anche più in profondità nell’animo umano.

Busto di giovane sdraiata circa 1912

A questo proposito tal volta dipingeva opere di dimensioni monumentali, con tele a grandezza d’uomo, probabilmente per omaggiare al meglio il suo committente. Nei suoi quadri l’attenzione è tutta sul soggetto, che prende spazio nell’intera estensione volumetrica. I contorni fisici risultano poco delineati, quasi abbozzati in un sogno. Infatti Nella maggior parte dei ritratti l’ambientazione è fumosa con dettagli sfumati. I corpi invece si allungano, sono palpitanti in fremiti vibranti. Mettendo particolarmente in risalto i tratti somatici e l’espressività del volto. Attraverso le lunghe pennellate è percepibile il senso di movimento e allo stesso tempo di impressione del momento presente. Reso fugace e impalpabile. La straordinaria innovazione di Giovanni Boldini sta proprio in questo, il movimento che viene cristallizzato per sempre. In questo modo i soggetti non sono ritratti mai in pose statiche, ma quasi estatiche.

Elizabeth Wharton Drexel 1905

La donna emancipata della Bella Époque

Molta della sua arte è incentrata sul ritratto femminile le cui muse sono le donne più avvenenti della società internazionale. Di una eleganza straordinaria, agghindate da abiti del tempo, leggerissime nel portamento, con la pelle diafana, quasi di porcellana. L’espressività è quello che colpisce molto nella sua ritrattistica, sono volti che raccontano di una personalità intimidita a volte o sfacciata in altre circostanze. Questo si modella sulla base di chi Boldini ha davanti a sé. Si percepisce la resa del soggetto stesso, che si lascia penetrare e attraversare come un vetro dalla luce, per poi essere immortalato sulla tela. Il soggetto è messo a proprio agio. Forse è questa la potenza che traspare dalla sua arte.

Amando profondamente le donne, riusciva a scavare oltre la bellezza della carne, per entrare nell’intimo del mondo femminile. Boldini stava riprendendo l’attualità del presente. In un momento storico in cui la donna stava uscendo dal suo guscio per trovare una nuova indipendenza e consapevolezza di sé. Conseguendo anche un certo prestigio in un mondo di ipocrisia bigotta e moralista, qual era quella classista borghese. Una femminilità che era esaltata e liberata. Illustri sono i nomi di donne dipinte dal Boldini come: Consuelo Vanderbilt, duchessa di Marlborough, l’attrice Alice Regnault, la baronessa donna Franca Florio e la marchesa Luisa Casati, denominata la Divina.

La divina in blu, 1905.

Continuò a viaggiare oltre che in Europa e in nord Africa, anche in America spingendosi fino a New York, ma tornò sempre nella sua amata Parigi. Con il volgere al termine della Bella Époque anche l’arte di Giovanni Boldini stava tramontando, anche se sul finire della carriera ebbe numerosi riconoscimenti. Quasi ottantenne perse la vista, ma qualche anno dopo sposò una giornalista italiana Emilia Cardona che si impegnò a scrivere la sua biografia. Morì a Parigi nel 1931.

Marina Nicotra

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